vecchi pensieri 136

Cosmesi impossibile

La costruzione dell’Ue e l’impiego di una moneta unica sono stati attivati in presenza di marcati disequilibri strutturali e con una banca centrale svincolata dai requisiti minimi idonei a tutelare l’economia di tutti i paesi. Data l’entità dei debiti pubblici dei vari Stati membri e le amare medicine consigliate dai proconsoli nazionali della finanza globalizzata, continuare a marciare verso il federalismo, spingendo per ulteriori integrazioni amministrative, significa agire scientemente contro i popoli europei, spingendoli a vivere secondo le direttive dell’oligarchia mondialista. La cecità e l’incompetenza dei Parlamenti che hanno lavorato o aderito acriticamente all’edificazione europea, che si va dispiegando in tutta la sua desertificazione socio-politica-economica, se prima potevano essere delle scusanti, oggi non lo sono più. In tutto l’Occidente, dove più e dove meno, il crimine e la linea politica dei governi sono diventati indistinguibili. Diceva Seneca: “Nessun vento è propizio per chi non sa dove andare”. Figuriamoci quale sorte è riservata, con dei nocchieri insulsi, ad una nave in balia dei marosi spinta dal vento contro un’irta scogliera. L’Italia non è autosufficiente sotto il profilo energetico, non ha più un’agricoltura competitiva, ha delocalizzato la produzione industriale, ha svenduto gran parte delle principali imprese pubbliche, senza più alcuna sovranità va a rimorchio della guerre della Nato, ha perso ascendente e possibilità di commerci nelle ex colonie, è pesantemente esposta nei confronti dei creditori esteri, è ostaggio delle agenzie di rating, è sottomessa ai desiderata dei banchieri, è sotto esame degli ispettori del Fmi. La caliginosa sfilata dei politici in Tv squittisce dedicandosi alla cosmesi di personaggi o volti deformati dalla fame di ricchezza e di potere. Il nuovo premier è espressione del sistema bancario internazionale ed architetto di un Europa da incubo che, facendo opportunamente leva sul debito dello Stato in euro, ci farà colare a picco. Nel corso delle privatizzazioni, realizzate sotto la guida tecnica di Mario Draghi, tra il 1992 ed il 2000, il deficit venne ridotto di circa l’8%. Nessuno dei liquidatori dell’epoca si è mai soffermato sul mancato gettito tributario conseguente alle svendite di aziende floride e nessuno ha mai fatto cenno al danno derivante dalla liquidazione di assetti industriali strategici per l’economia pubblica nazionale. La diffusione azionaria tra i piccoli risparmiatori ha riguardato soltanto un terzo del capitale sociale immesso sul mercato. Tutte le spiegazioni tendenti a giustificare le privatizzazioni del patrimonio pubblico nell’interesse generale o per inefficienze gestionali sono state smentite dai fatti. E’ sintomatico il caso dell’Imi, con sessanta anni continui di utili e con bilanci attivi mediamente superiori alla quota di risparmi ottenuti, dalla sua vendita, sugli interessi negativi annui del debito pubblico di quel periodo. Con l’alienazione della prima tranche è finito in mano straniere il 45,7% del suo pacchetto azionario, con la vendita della terza tranche c’è finito il 57,4%. La quota di minoranza assoluta è passata dal controllo dello Stato al controllo della banca San Paolo. L’emergenza del debito pubblico, tutto questa fretta nell’offrire soluzioni salvifiche, l’imposizione di commissari ad acta nei paesi dell’Ue, con welfare e diritto del lavoro già quasi azzerati, non fanno altro che evocare la solita frode per appropriarsi delle imprese, dei mezzi di produzione e dei patrimoni immobiliari, terre incluse. Le multinazionali, comprese le super banche come Goldman Sachs, si dedicano con cura all’accaparramento di terreni ovunque se ne presenti l’occasione. In Congo, nella provincia del Katanga, sono stati recentemente messi a disposizione degli investitori stranieri quattordici milioni di ettari di terreni coltivabili. In Etiopia le terre agricole più produttive sono state sottratte alle tribù locali per essere affittate ad aziende estere. In America Latina la corsa delle multinazionali per appropriarsi delle risorse ambientali è sempre più frenetica e favorita da tutti i governi desiderosi di fare cassa. In India il terreno viene espropriato ai contadini con trecento rupie e rivenduto a seicentomila per metro quadro. Secondo un rapporto di Oxfam-Italia il land grabbing mondiale dal 2001 ha interessato duecentoventisette milioni di ettari di terra. Le multinazionali hanno persino “brevettato” alcuni prodotti agricoli naturali. Chi li vorrà coltivare sarà costretto a pagare una royalty. Bisogna dunque prevedere che se gli scalpitanti acquirenti, con gli occhi già puntati su Finmeccanica, Eni, ed altri gioielli residuati, dovessero mettere le mani anche sui terreni agricoli demaniali, messi nei prossimi programmi di vendita, la dipendenza alimentare dell’Italia si potrebbe fare ancora più marcata.

Antonio Bertinelli 23/11/2011

Pubblicato da antoniobertinelli

Melius cavere quam pavere

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