vecchi pensieri 10

Due Caste, un Popolo

Così recita l’art. 54 del dettato costituzionale: Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge. “In nome del Popolo Italiano”, un film del 1971 diretto da Dino Risi, ci racconta di un magistrato che identifica i peggiori comportamenti degli italiani cialtroni e disonesti in un imprenditore senza scrupoli. Nella fiction, il giudice, nauseato dal contesto, distruggerà la prova dell’innocenza dell’imputato, condannandolo così a scontare una “giusta” carcerazione per un reato non commesso. Il film anticipa di qualche decennio la pretesa che hanno le due Caste dominanti di agire in nome del Popolo. La Magistratura piega ed interpreta la legge secondo le circostanze ed in rapporto alla collocazione ideologica del singolo operatore; il Parlamento indossa le ali della lirica pindarica per far digerire al Paese le tante porcherie di cui la gente comune è quasi sempre impotente testimone. “Lo vogliono gli Italiani” così il nuovo Governo ha giustificato l’approvazione di un DDL che limita l’impiego delle intercettazioni telefoniche. In questo caso però la verità ha un volto duplice. Se è certamente vero che spesso si è fatto un uso/abuso delle intercettazioni, è altrettanto vero che con questo DDL si inficiano in partenza le possibili indagini su tutti i reati societari, cioè quelli che in genere commettono i vari politici corrotti di concerto con i tanti finanzieri d’assalto. Non c’è dubbio che il magistrato militante voglia la resa della politica, ma è altrettanto pacifico che il parlamentare e il potente non vogliano soggiacere alla legge come comuni cittadini.
Il senso di insicurezza generale e la sfiducia diffusa per l’operare delle due Caste, più che dalle statistiche fasulle o inesistenti, derivano da qualcosa di impalpabile, ma anche di più grave, scaturiscono dalla sensazione, ben avvalorata, dell’indebolimento dello scudo del Diritto, della sua certezza, della sua applicazione. Le retribuzioni elevate e gli altri privilegi di magistrati e politici dovrebbero essere una garanzia democratica, ma nella realtà non si presentano affatto in questa veste. Gli uni reclamano indipendenza, autonomia e inamovibilità; gli altri pretendono insindacabilità e immunità penale. A prescindere dall’epilogo della vicenda giudiziaria, peraltro irrilevante, è sintomatico il non lontano unanimismo parlamentare manifestato in appoggio di C. Mastella. L’ostilità, più o meno aperta, verso la Magistratura ha riguardato gli interventi dei rappresentanti di tutti i gruppi. Tutti, senza eccezione alcuna, hanno espresso corale solidarietà umana e politica all’ex ministro. Nel delineare un quadro sullo stato della Giustizia e sull’attività del Parlamento il nostro pensiero va a C.L. Montesquieu, che così scriveva: “La virtù civica consiste nel desiderio di vedere l’ordine nello Stato, di provare gioia per la pubblica tranquillità, per l’esatta amministrazione della Giustizia, per la sicurezza della Magistratura, per il rispetto tributato alle leggi, per la stabilità della Repubblica”. Da troppi anni si procede con interventi parcellizzati e non si è mai imboccata la strada di un’organica riforma dell’ordinamento giudiziario. Dunque non si è mai perseguito l’obiettivo di una normazione adeguata, capace di corrispondere alle esigenze di una Giustizia assolutamente extra partes. Da troppi anni la politica è il bersaglio dell’insofferenza dei cittadini che hanno la consapevolezza di quanto i loro rappresentanti non siano esempi di virtù: né della gestione della cosa pubblica, che sembra per lo più condotta in mezzo a trascinamenti e cooptazioni, né per la loro frequente corruzione, per i loro sterili litigi e per il cattivo esempio delle loro scelte personali. Se è vero che molte intercettazioni telefoniche sono state usate per scopi ignobili, è altrettanto vero che i politici non tutelano tutto ciò che dovrebbe essere considerato bene comune. La boria supponente di certi conduttori televisivi e la supina condiscendenza di vari media fanno si che chi dissente sia voce isolata nel deserto del disimpegno morale. C’è un dissesto generale anche per le tante questioni che sono state eluse sistematicamente. Per quanto e fino a quando andremo ancora a fondo? Mentre diventa motivo di prossimo dibattito parlamentare il DDL sulle intercettazioni telefoniche, si continua ad alimentare la guerra tra i sessi, a sostenere qualunque iniziativa contro i maschi e a violare lo spirito della legge n. 54/2006. Viviamo in una società senza padri, dove gli stessi incidono molto poco sul processo di educazione dei figli. Insieme alla figura paterna è stato scalzato il principio d’autorità. L’uccisione del padre, messa in atto in modo strisciante, è uno dei dati più inquietanti per il nostro futuro. Mentre Parlamento e Magistratura sono condizionati da un clima culturale, da un sistema sedimentato di norme e di comportamenti che ha affievolito e reso del tutto aleatorio il rapporto consequenziale fra reato e punizione. Mentre entrambi si contendono il primato di Casta, a partire dalla famiglia, si è allargato oltre ogni dire il senso del limite, oltre il quale certi comportamenti non sono ammissibili, e comportano una punizione correlata alla gravità dell’infrazione. Tra la bravata, la violenza, l’offesa grave alla persona e il reato vero e proprio è sempre meno percepibile il confine. Mentre si consuma quasi quotidianamente lo scontro tra poteri delle Stato i giovani seguono “Amici” in TV. E’ un trampolino di lancio per chi è a caccia di successo. E’ l’ufficio di collocamento delle nuove generazioni senza padre e senza domani. Uno su mille ce la fa.

13/6/2008 Antonio Bertinelli

Pubblicato da antoniobertinelli

Melius cavere quam pavere

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