Giustizia 2021? un incubo (63 puntata)

In questi giorni abbiamo avuto modo di seguire qualche trasmissione televisiva su Rosario Livatino, giovane magistrato ucciso dalla Stidda il 21 settembre 1990. Probabilmente oggi nessun italiano oserà mai sperare di vedere nei tribunali magistrati con il suo spirito di servizio, eccezionale fino ad astenersi dal creare una sua propria famiglia, eroico nel rinunciare alla scorta per non mettere a repentaglio altre vite. Ripensiamo spesso a quei magistrati di caratura ordinaria che abbiamo avuto l’onore di conoscere e che non erano “protagonisti”, erano semplicemente dei modelli di garanzie istituzionali. Volutamente evitiamo di citarli, soprattutto perché in vita ed alti magistrati, ma facciamo un’eccezione per il più “piccolo” di loro, Mario Alario. Un appassionato giurista e per molti anni un modesto giudice di pace. Un vero gigante di professionalità e deontologia giurisdizionale rispetto ai tanti altri che abbiamo avuto modo d’incontrare negli ultimi anni. Qual’è oggi la “stella polare” di un tizio che ha scelto d’indossare la toga? Abbiamo registrato con sgomento che, nel marasma giornalistico successivo alle rivelazioni di Luca Palamara, sessantasette magistrati (su 9400 in servizio) hanno scritto al “doppio” presidente Mattarella per chiedere una commissione d’inchiesta parlamentare. Verrà mai creata una qualche commissione finalizzata a “ricostruire” davvero il settore della Giustizia? Al netto del rumore o degli ancor più preoccupanti silenzi mediatici sullo stato della magistratura, ci appare verosimile che questa gazzarra intorno ad essa abbia una sua strumentalità. Sappiamo cosa è arrivato dopo le campagne di “tangentopoli”. E non c’è da rallegrarsene. Cosa arriverà nel Paese dopo le ultime stupefacenti rivelazioni sulle toghe? Per adesso ci dibattiamo tra uno scandalo e l’altro, tra storie di “cose loro” e penose vicende di cose nostre. Più ci addentriamo nel pantano putrescente in cui hanno spinto il nostro amico istante/reclamante e più ci convinciamo che la sua intera storia è stata organizzata e pilotata ancor prima che lui stesso ne prendesse coscienza. E’ stato trascinato forzosamente sul terreno infido della giurisdizione e chi ce lo ha spinto sapeva perfettamente di giocare in casa con arbitro e guardialinee addomesticati. Le sue vicissitudini appaiono appartenenti ad un rodato algoritmo giudiziale: viene identificato l’obiettivo da raggiungere, vanno focalizzati gli ostacoli, va individuato il soggetto più pericoloso per il raggiungimento della mèta. Come da troppo tempo fanno scuola i C.A.V. su quest’ultimo vengono costruiti castelli d’infamità indimostrabili (tanto è difficilissimo che in certi tribunali qualcuno si prenda la briga di fare verifiche, anzi …). Facendo prima una carezza virtuale al prof. Carlo Gilardi, ancora ”incarcerato” nonostante l’azione di stimolo giudiziario intrapresa da Mauro Palma e Gilda Losito, ci cimentiamo in un breve aggiornamento sulla storia che stiamo narrando. Per quanto riguarda l’udienza del 10 maggio il fascicolo telematico non è ancora aggiornato e dunque non disponiamo del verbale redatto dal G.T.

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Ci affidiamo alla memoria ed alla indiscutibile correttezza di chi ci ha riferito il minimo per scrivere parte di quanto è accaduto in udienza. L’avvocato del nostro amico ha confessato che in tanti anni di professione non gli è mai capitato di riscontrare tanta acrimonia come quella che vede in opera a danno dell’istante/reclamante.

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All’udienza era presente la sorella del nostro amico che è stata interrogata per un’ora e mezzo. Ricordiamo che la donna è documentatamente inferma psichiatrica al 100%. Anche una persona sana e non emotivamente provata avrebbe fatto difficoltà a reggere un’esperienza simile. Altre persone non sarebbero state capaci di tanto zelo investigativo nei confronti di una persona malata. Evidentemente ci vuole una marcia in più per farlo. Il lettore capirà che l’escussione ha una sua pregnanza non tanto nelle risposte date da una persona malata, ma nelle domande a lei poste dal giudice tutelare. Bella la domanda sul TFR. Da notare quella sul chi le faceva paura. Probabilmente il G.T. contava molto su una ben precisa risposta … che non è mai arrivata.

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Rimane aperta la domanda su chi ha incaricato (e per cosa) l’avvocato pluridiffidato dal reclamante.

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L’udienza è iniziata in maniera burrascosa perché, durante la verbalizzazione delle varie presenze, l’avvocato del reclamante (questi ha preferito non andare e delegare ancora una volta il suo legale di fiducia) ha fatto rilevare al giudice che la procura della xxxxxxxxxx (avvocato diffidato) non era valida per poter rappresentare in giudizio la sorella.

Il giudice, vedendo i due avvocati confrontarsi in maniera concitata, ha tagliato corto dicendo all’avvocato del nostro amico se veramente pensava che una delega sbagliata avrebbe potuto impedire a lei di pronunciarsi (sic). Lui ha replicato dicendo che non era quello il suo scopo, ma quello di dimostrare che la signora (sorella del reclamante) era pronta a firmare qualsiasi cosa le venisse proposta, che la stessa non ricordava neanche che il figlio era morto due anni fa, che l’amministrazione di sostegno era chiusa e che quindi tale suo atteggiamento era sintomatico del fatto che la donna non stava bene.

Al che ha risposto subito l’avvocato diffidato dal reclamante dicendo: “allora riconoscete che la xxxxxxx ha bisogno dell’amministratore?”. L’avvocato del reclamante ha sottolineato che una pratica di amministrazione di sostegno per una persona non deve essere un processo al fratello, perché in realtà era ciò che si stava facendo in quella sede.

Il giudice ha interrotto l’avvocato del reclamante dicendogli che lo avrebbe fatto uscire se non si stava zitto, perché lei doveva sentire l’invalida, che l’interrogatorio era solo suo e che non doveva essere interrotta.

Sono quindi iniziate innumerevoli domande all’inferma. Eccone alcune:

Se stava bene, come si sentiva, chi frequentava. Inizialmente la donna rispondeva in modo completamente avulso dal contesto, come se non capisse. Ha iniziato a dire che lei voleva molto bene al padre e che era lui l’unico che la capiva. Parlava molto lentamente e facendo lunghe pause.

Il giudice le ha chiesto per quale motivo stava a casa della madre e non a casa sua, se voleva ritornare a casa sua e perché non ci ritornava. Lei ha risposto dicendo che si era rotta una gamba e che pertanto dopo le cure era andata a casa della madre.

Il G.T. ha poi chiesto se sapeva della procura generale al fratello e perché l’aveva fatta. La donna ha detto che non sapeva che la procura avrebbe comportato tutta la gestione dei soldi all’uomo, perché il notaio non gliela aveva mai letta.

Il giudice ha chiesto pure per quale motivo aveva avuto necessità di fare una procura se usciva regolarmente da casa. Lei ha risposto che usciva da casa e poi ha cominciato a parlare del figlio, commuovendosi e dicendo che lei voleva vederci chiaro nella morte del figlio. Non era minimamente a conoscenza del fatto che il figlio fosse rimasto così tanto in una casa di cura. Sapeva che era morto in circostanze misteriose e per questo voleva vederci chiaro, mettendo un avvocato. Il giudice le ha chiesto se sapeva che il reclamante era stato l’amministratore di sostegno del figlio e lei ha risposto di no. Le ha chiesto per quale motivo le circostanze della morte del figlio erano poco chiare. Le ha chiesto se sapeva di cosa era morto il figlio e lei ha risposto di no perché non gli avevano fatto più vedere il figlio

Poiché sembrava quasi che il figlio fosse stato ucciso dal reclamante, l’avvocato dello stesso ha provato a spiegare che c’era un fascicolo aperto in Procura proprio perché il reclamante (zio del giovane deceduto) voleva capire come fosse morto xxxxxxx. L’avvocato ha chiesto al Procuratore della Repubblica, presente in udienza, di confermare questa circostanza.

Lui è rimasto zitto e la dottoressa A.P. (giudice tutelare) ha detto che non aveva mai allontanato nessuno dall’aula ma se l’avvocato avesse continuato ad interrompere l’interrogata l’avrebbe mandato via.

Sono iniziate poi le domande sul lavoro. Che lavoro faceva la sorella del reclamante, se le piaceva il lavoro, se aveva preso il TFR, se sapeva che il reclamante aveva tolto xxxxxxxx euro dal suo conto cointestato, se lei poteva avere accesso al conto, se sapeva che il reclamante aveva  fatto una vendita per suo conto.

Lei ha detto che inizialmente andava personalmente a prendere i soldi e poi è subentrato il fratello.

Ha detto poi di sentire delle voci e di vedere delle presenze, ma nel parlare ha collegato questa circostanza alla morte del figlio e quindi il giudice ha interpretato che, a seguito della morte del figlio, lei era andata in depressione, che quindi per tale fatto sentisse le voci e vedesse persone.

Le ha quindi chiesto se si era curata per questo fatto e lei ha dichiarato di non essersi mai curata, ma di essere andata qualche volta al CIM.

Il giudice le ha fatto dire quale altri conti aveva e lei ha dimostrato di ricordarseli e il giudice le ha chiesto se sapeva quanti soldi c’erano. Lei ha risposto di no perché era il fratello che le dava i soldi, ma che era parecchio tempo che non lo vedeva più.

La donna ha chiesto poi al giudice per quale motivo scrivesse tutto. Il giudice allora le ha domandato quale fosse la ragione di tale domanda e se aveva paura che qualcuno scoprisse quello che lei aveva detto. Lei invece ha replicato dicendo che voleva stare in pace e che voleva andare a vivere da sola. Il giudice ha insistito molto sul fatto che poteva aver paura di qualcuno. 

Devo dire che la donna non ha dato sempre risposte molto coerenti, pertanto ogni tentativo del giudice di scoprire se lei avesse paura di qualcuno in realtà è sfumato per le risposte senza senso ricevute.

Alla fine di tutte le domande l’avvocato del reclamante ha chiesto al giudice se poteva domandare chi fosse solito pagare le bollette delle utenze, fare la spesa, andare a fare le prenotazioni dal medico e la donna in maniera molto tranquilla ha detto che ci pensava il fratello.

La donna guardava spesso l’avvocato diffidato, tant’è che il giudice le ha chiesto di non guardare gli avvocati (in realtà guardava solo il diffidato e non anche quello del reclamante)

Alla fine l’avvocato del reclamante ha ribadito al collega (che chiedeva un amministratore di sostegno esterno perché il reclamante aveva sottratto una grossa quantità di denaro dal conto, perché aveva fatto una vendita e poi aveva con successivo atto fatto una donazione) che l’uomo, procuratore generale della sorella, non aveva sottratto proprio niente e che aveva rilasciato una dichiarazione scritta proprio perché non voleva lasciare sul conto una grossa cifra, di cui la sorella in quelle condizioni poteva disporre. A quel punto si è creata altra bagarre perché l’avvocato diffidato chiedeva con tono ironico ed incalzante di spiegargli il senso della vendita. L’avvocato del reclamante ha riferito della causa civile fatta da fratello, autorizzato dal G.T. perché i Servizi Sociali di xxxxxxxxxxxx e la stessa RSA xxxxxxxxxx chiedevano molti soldi per la permanenza in ricovero del figlio della beneficiaria del provvedimento di amministrazione di sostegno.

Il giudice ha interrotto la discussione e l’udienza perché secondo lui era in corso un litigio tra tutti quanti. Ha invitato le parti a produrre documenti entro dieci giorni.

12/5/2021 Antonio Bertinelli

Pubblicato da antoniobertinelli

Melius cavere quam pavere

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