vecchi pensieri 129 (Hic sunt piratae)

Hic sunt piratae

Agostino d’Ippona ci racconta di un razziatore dei mari catturato e portato al cospetto di Alessandro Magno che gli chiese perché conducesse quel genere di vita. L’interrogato rispose: “Faccio esattamente le stesse cose che fai tu. Solo che io possiedo una piccola nave e sono chiamato pirata, tu possiedi una grande flotta e sei chiamato imperatore”. La nascita del Diritto moderno si fa risalire al Corpus Juris Iustiniani (529-534), parecchi secoli dopo la morte del re macedone. Ma nonostante la scomparsa delle monarchie assolute, malgrado una produzione alluvionale di leggi “democratiche”, l’evoluzione del diritto positivo, fatte poche eccezioni circoscritte territorialmente e nel tempo, non impedisce che oggi Abdelhakim Belhaj possa accomunarsi a Nicolas Sarkozy, che Andy Coulson faccia il paio con David Cameron, che David Petreaus possa essere messo a capo della Cia da Barak Obama, che Gianpaolo Tarantini e Valter Lavitola siano foraggiati da Silvio Berlusconi. L’esercizio del potere bypassa le categorie giuridiche tradizionali e questo rende labili i confini tra lecito ed illecito. C’è un contratto sociale da ridefinire, ci sono delle sovranità da ripristinare e manca un’autorità democratica super partes in grado di riscrivere i diritti dei governati nell’era della globalizzazione. Grazie ai media mainstream, controllati da banche, multinazionali, da una pletora di grandi imprese, la gente conosce le gesta dei pirati somali o l’esistenza dei cosiddetti “Paesi Canaglia”, può conoscere le malefatte di questo o di quel politico, ma il grande crimine organizzato, quello che agisce dietro e dentro gli Stati, resta nell’ombra. L’informazione è così strutturata che gli argomenti di oggi sono sostanzialmente analoghi a quelli di ieri, così come lo saranno a quelli di domani. Una volta il potere era manifesto e dichiarato. Con l’avvento delle democrazie si è reso invisibile, si nasconde dietro prestanomi, politici, amministratori pubblici, organizzazioni, enti, fondazioni, elezioni democratiche, volontà popolare, comunità internazionale, etc. Opera come uno stuolo di zecche durante l’estate artica. I parassiti ammassati sull’erba alta attendono il passaggio delle alci per attaccarvisi stabilmente e poi succhiarne il sangue. Molti esemplari finiscono per vagare come fantasmi pallidi e malfermi fino a stramazzare a terra letteralmente dissanguati. Il neocapitalismo finanziario, uscito vincitore dal confronto con il modello socialista sovietico, ha portato scientemente al caos globale: dai disastri ambientali alle enclavi di manodopera schiavizzata, dal disordine monetario all’esplosione dei debiti pubblici, dalla crescita esponenziale della disoccupazione a sempre nuove povertà, dall’incertezza economica all’insicurezza sociale e politica, dalla corruzione dilagante alla perpetuazione strategica dell’instabilità, dal crollo delle sovranità nazionali ai colpi di Stato e alle invasioni coloniali, dalla libera circolazione dei capitali alla guerra permanente come unico elemento di governance mondiale. I bombardamenti umanitari si moltiplicano. I nord-americani sono schiacciati dalle ossessioni securitarie e, mentre aspettano di essere chippati, stringono sempre di più la cinghia. L’Europa è in pieno subbuglio, le banche, le borse valori, le società di rating e gli operatori finanziari stanno strangolando l’economia reale. Ci sono attualmente ventitre milioni di europei senza lavoro e, secondo diverse stime, la disoccupazione continuerà ad aumentare. L’8% della popolazione continentale ha un lavoro che non gli permette di uscire dalla soglia di povertà e ottanta milioni di persone vivono al margine della sussistenza. Da quello che appare ultimamente su certa stampa estera, sembra che Wall Street e la City londinese puntino all’indebolimento dell’euro e sul crollo dell’Italia. Il cavallo di Troia inglese all’interno dell’Ue è per l’Italia meno salutare di quanto lo sia stato il suo ingresso nell’euro. La disinvoltura del premier nel condurre affari all’estero ha sicuramente infastidito gli Usa, la Francia e la Gran Bretagna. Esiste un problema Berlusconi che ha sfruttato qualunque debolezza e qualunque punto di forza nazionale, è grande e multiforme, e non siamo noi a disconoscerlo, ma di qui a pensare che esista per il Paese un’alternativa salvifica ce ne corre. E’ possibile ipotizzare che un avvicendamento al governo possa ripartire con maggiore equità i sacrifici necessari a pagare almeno una parte del debito pubblico e riesca ad allungare l’agonia degli Italiani privatizzando tutto quello che è rimasto da privatizzare, magari con i buoni uffici di Mario Draghi. Per sottrarsi ai tentacoli dell’Impero ci vuole altro, ed il trattamento riservato ai Libici, democratizzati da un esercito di mercenari e dalle bombe della Nato, sta lì a dimostrarlo. Per i futuribili governanti potrebbero essere costruiti ponti d’oro, ma per il Popolo il problema rimarrebbe sempre quello di dover subire un disegno superiore ed intoccabile che va in direzione opposta a quello di un comune interesse nazionale. Agli atlantisti è bastato inneggiare al mancato rispetto dei diritti umani per normalizzare la Libia, mettere le mani sulle sue risorse e, con la sua occupazione, porre fine alle velleità di un’Unione Africana svincolata dal Fmi e dal dollaro. Chi parte dalle coste del Maghreb e arriva in Italia commette il reato di clandestinità e viene incarcerato nei Cie. Secondo la narrazione dei media occidentali Mu’ammar Gheddafi è un criminale. Invece i liberatori della Libia, gli stessi che hanno una mole di stock options sul Bel Paese, hanno batterie di missili tomahawk, flotte di aerei, di elicotteri e di droni. Chi governa oggi, o lo farà domani, sa perfettamente come dovrebbe muoversi nell’interesse dell’Italia. Persino i Sacconi ed i Brunetta, con tutto il loro mai sopito spirito di rivalsa, sanno che l’economia interna peggiorerà anche grazie alle ricette fornite loro da Sergio Marchionne e da Confindustria. Non c’è da scomodare accademici e premi Nobel per capire che con un debito pubblico al 120% del Pil, ad un passo dalla recessione, senza sovranità monetaria, subendo le tappe forzate della marcia imperiale e con questo modello d’Europa, arrivare al crack è solo questione di tempo.

Antonio Bertinelli 17/9/2011 

Pubblicato da antoniobertinelli

Melius cavere quam pavere

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