vecchi pensieri 29 (Lo Stato sono “loro”)

Lo Stato sono “loro”

Mesi orsono parlavamo di Sicilia, parlavamo di afasia contagiosa e dilagante. Parlavamo della Regione la cui indiscutibile bellezza e la cui proverbiale ospitalità non riescono a far dimenticare come, da centocinquanta anni, per la costante assenza di un forte ed autorevole potere politico centrale, sia anche la terra che ha dato i natali a diverse e potenti cosche malavitose. La mafia, che affonda le sue radici nel brigantaggio ottocentesco, si è fatta strada nel mondo rurale, ha trovato i suoi codici e le sue formule nella società dei latifondi, ha fatto leva sulla povertà ed è giunta ai fasti finanziari odierni. Pur subendo qualche periodo di repressione è comunque riuscita a rafforzarsi sempre di più, fino a farsi Stato, tanto che la cultura isolana inneggia proverbialmente all’omertà e al silenzio.”Nun tiniri amicizia cu li sbirri ca cci perdi lu vinu e li sicarri”. Assodato che l’economia e la finanza mafiosa trionfavano sia su base regionale che in campo internazionale, c’è chi ha pensato bene di sicilianizzare completamente il resto dell’Italia. E’ stato cooptato chi non voleva perdere vino e sigari, “un’aula sorda e grigia“ è stata trasformata in un bivacco per i referenti del malaffare, ovunque è stato precarizzato il lavoro, è stata tolta dignità agli operai, è stato annacquato il codice penale, è stata messa la mordacchia ai media, si sono depotenziate le forze di polizia, si sono limitati gli strumenti d’indagine, è stata criminalizzata tutta la Magistratura e, nei prossimi mesi, si ricorrerà alle ronde di squadristica memoria. Presto, per non correre il rischio di “turbare” le masse manipolate attraverso raiset, si ridurranno all’afasia anche le ultime sacche d’informazione libera rimaste sul web ed il gioco sarà fatto. Il nostro Presidente della Repubblica sembra essere sempre più taciturno. Per il “prestigio” dell’Italia il G8 è stato celebrato ovunque trionfalmente ed è trascorso senza che il suo anfitrione venisse in qualche maniera “disturbato”. Il silenzio continua ancora oggi. Eppure ci sembra lecito supporre che quindici ricorsi al voto di fiducia (in un solo anno) ledano gli equilibri disegnati dalla Costituzione. Non è forse troppo poco scrivere una lettera al Governo (peraltro irrituale) se si nutrono dubbi su una legge omnibus? E non è forse troppo poco limitarsi quotidianamente ad esortare gli uomini di buona volontà (merce rara in ambito politico) senza avvalersi delle facoltà che il dettato costituzionale assegna alla prima carica dello Stato? Non siamo affatto certi che la Corte Costituzionale possa e voglia supplire alle altrui funzioni. Se comprendiamo come G. Napolitano possa avere avuto delle senili ritrosie nel fare i conti esatti con il passato e con i finanziamenti che riceveva il PCI, non è una quisquiglia che ignori come la stegocrazia abbia stravolto e continui a stravolgere la vita della gente. Mentre c’è sempre qualcuno che appare, a volte con proprio sommo compiacimento, il potere effettivo viene esercitato con l’uso dell’inganno, ricorrendo al crimine, facendo disinformazione, impedendo la libera crescita di un’opinione pubblica, per mezzo delle fusioni societarie e bancarie, nell’ombra e attraverso il controllo capillare della popolazione. Le segrete decisioni degli stegocrati, le idee e le leggi che essi impongono ai cittadini sono molto più temibili di un qualunque premier e molto più pericolosi di un qualunque mafioso. I governanti cambiano e gli uomini passano ma, rifugiandosi nel silenzio o ricorrendo solo a qualche timido balbettio, il signoraggio resta. L’intero Paese, già svilito da una globalizzazione famelica, sta assumendo i rodati assetti socio-politici ed economico-finanziari della Sicilia. Mentre quasi tutti tacciono o annuiscono, sarebbe bello se almeno G. Napolitano, che non perde occasione per celebrare la Democrazia che non c’è, trovasse anche la determinazione di bisbigliare all’orecchio dei giovani: cu nesci arrinesci (chi se ne va può solo migliorare).

17/7/2009 Antonio Bertinelli

Pubblicato da antoniobertinelli

Melius cavere quam pavere

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