vecchi pensieri 123

Botta e risposta

Ci sono eventi per i quali appare riduttivo e fuorviante elaborare spiegazioni ricorrendo semplicemente alle categorie psichiatriche. Lee Harvey Oswald, assassino di John Fitzgerald Kennedy, era ritenuto uno psicolabile e fu ucciso da Jack Ruby, un asserito squilibrato. Quando si verificano episodi di grande portata non si può liquidare il tutto accreditando il gesto isolato di uno psicopatico. La dinamica degli attentati compiuti prima ad Oslo e poi sull’isola di Utoya non combaciano con le spietate visioni di un alienato mentale. Lo psicopatico trae godimento dalla sofferenza altrui. Perché Andrei Behring Breivik non è rimasto nel quartiere governativo per assistere al bagno di sangue da lui stesso causato? Viene spontaneo pensare che il folle possa aver goduto di notevole supporto tecnico, che non abbia agito da solo ed esclusivamente sotto la spinta delle sue pulsioni. L’attacco al “paradiso” nordico richiama alla memoria le stragi compiute in altri paesi europei e segnatamente quelle sperimentate in Italia. Il 27 maggio 1993, subito dopo la strage di Firenze con cinque morti e ventinove feriti, il ministro degli Interni Nicola Mancino denunciò la “matrice mafiosa”. Disponeva di ottime fonti per asserirlo in anteprima. Prima che i depistatori si mettano all’opera sarà bene fissare quanto dichiarato a caldo da Barak Obama, dal primo ministro norvegese Jens Stoltenberg e dal suo ministro degli Esteri Jonas Gahr Store. Il Presidente degli Usa è stato apodittico: “Nessun paese grande o piccolo è immune dalla violenza. I fatti di Oslo dimostrano che la lotta al terrorismo deve continuare con grande determinazione e, nel portare le condoglianze ai norvegesi, vorrei ricordare a tutta la comunità internazionale l’importanza e la necessità di collaborare nella trasmissione delle informazioni. L’America è con i norvegesi e forniremo tutto l’aiuto possibile. (…). L’intera comunità internazionale si deve compattare di fronte a questi atti mettendo insieme la migliore intelligence e la maggiore capacità di reazione possibile”. Il premier norvegese ha dichiarato: “Malgrado gli attacchi sanguinosi e scioccanti, nessuno può sperare di metterci a tacere o di distruggere la nostra democrazia. L’evento non affievolirà i valori di quella che è una delle nazioni più pacifiche del continente. Abbiamo vissuto un incubo che pochi di noi potevano immaginare. Il messaggio per coloro che ci hanno preso di mira è che non ci distruggeranno, non distruggeranno la nostra democrazia e i nostri ideali per un mondo migliore”. Jonas Gahr Store ha aggiunto: “ La natura della democrazia norvegese, quello che la Norvegia rappresenta nel mondo, il nostro impegno, le nostre risorse, i nostri legami, non cambieranno. Non daremo questo lusso alla persona, o alle persone, che hanno commesso questo terribile atto contro i nostri concittadini”. Da una parte il duplice attentato si presenta come l’occasione per ribadire la necessità di aderire al global defense and security project sotto l’ombrello degli Usa, soluzione che attribuisce a chiunque non sia allineato le sembianze del “maligno”, che legittima l’idea di un conflitto illimitato e permanente contro qualunque “nemico”. Dall’altra appare la consapevolezza di aver subito un atto terroristico che ha poco a che fare con il semplice disegno di un pazzo estremista. Per il governo norvegese il messaggio deve essere stato molto chiaro. Qualcuno può averlo decodificato con precisione, altri si staranno chiedendo quale delle singolarità norvegesi è maggiormente invisa agli autori ed ai mandanti delle stragi. La Norvegia è un grande esempio di democrazia e di efficienza economica fuori dalle influenze dell’Ue e della Bce, un paese aperto e quieto, trasparente ed estraneo ai grandi conflitti, dove gli esecutivi in carica operano nell’interesse dei cittadini, specialmente di quelli più disagiati. Non è sufficiente la grande parabola satellitare piantata sopra l’ambasciata americana di Oslo o qualche Premio Nobel per la Pace indebitamente attribuito per immergerla tra i veleni del neoliberismo che scorrono copiosi nei paesi occidentali ed in quelli occidentalizzati. Il modello economico norvegese è una combinazione tra libero mercato ed interventismo. Buona parte delle attività sono liberalizzate, ma viene riconosciuto allo Stato il ruolo centrale nella gestione delle risorse. Il Governo ha dunque il controllo su tutti i settori chiave, incluso quello petrolifero. Lo spirito di collaborazione è quasi imposto dalle consuetudini ed è ritenuto parte integrante della cultura politica norvegese. Persino la riforma dei trattamenti pensionistici, resi ultimamente particolarmente flessibili, non ha dato origine a manifestazioni di piazza. Parte degli introiti dei giacimenti nel Mare del Nord, che costituiscono il 20% del Pil, viene depositata in un fondo sovrano che oggi ammonta a 370 miliardi di dollari. E’ stato ribattezzato “Fondo Pensioni Statali”, serve a finanziare il welfare e per garantire un elevato benessere anche alle generazioni future. Confrontando la Norvegia al resto d’Europa è possibile rilevare altre “fastidiose” distonie. E’ la terza esportatrice mondiale di petrolio dopo l’Arabia Saudita e la Russia. E’ geograficamente rilevante per la prossima corsa alle risorse artiche liberate dallo scioglimento dei ghiacciai. Tra Oslo e Mosca esiste un trattato che definisce lo sfruttamento delle piattaforme continentali nel Mare di Barents e nel Mare Glaciale Artico. I rapporti di collaborazione, anche militare, tra Norvegia e Russia si stanno facendo sempre più stretti. Il governo norvegese ha recentemente manifestato l’idea di uscire dalla coalizione dei volenterosi schierati contro la Libia di Gheddafi. Altri due marchi di fabbrica del paese sono l’appoggio esplicito alla sovranità della Palestina e lo scarso gradimento degli investimenti israeliani nelle imprese nazionali. Più che aderire alla storia del carnefice fondamentalista, ci sembra più verosimile pensare alle forze smosse dalla linea di faglia delle strategie adottate dalle élites globali per l’indirizzo ed il controllo dei popoli.

Antonio Bertinelli 24/7/2011   

Pubblicato da antoniobertinelli

Melius cavere quam pavere

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