Partiamo dalla letteratura greca a.C. per poi approdare all’ultimo aggiornamento della nostra cronaca, apparentemente senza fine. Tucidide scrive che è a ragione di un fatto naturale che vige il principio della “legge del più forte”, ovvero un dato nativo che non è un precetto stabilito dal diritto, ma sopravanza lo stesso perché deriva da ciò che si rileva nella vita reale. Fino a poco tempo addietro potevamo ritenere che, dopo circa duecento anni di costituzionalismo (lo statuto Albertino fu promulgato nel regno Sardo-Piemontese nel 1848) e di pur alterna espansione democratica, avessimo rimosso dai nostri orizzonti l’esercizio illimitato del potere, secondo il principio enunciato da Tucidide. Ci sembrava che il potere assoluto e l’applicazione della pura forza fossero stati per sempre tolti al sovrano assoluto e affidati, se necessari, al Popolo nel rispetto della libertà di tutti. Non è affatto così e ci sembra che non lo sia mai stato, quanto meno negli ultimi trenta anni della nostra storia nazionale. Vicende sempre più frutto di protervia ci disvelano un mondo in cui di democratico in senso proprio c’è rimasto molto poco, soprattutto se osserviamo l’essenza del procedere democratico, il quale dovrebbe riguardare la maniera in cui vengono effettuate le scelte che riguardano le condizioni di vita e le varie utilità per tutti i cittadini. Le decisioni rilevanti, spesso attraverso processi occulti, vengono prese da un’oligarchia, fuori di qualsiasi confine democratico e senza essere subordinate ad un qualche esame/consenso popolare. In medio stat virtus è una locuzione che invita a ricercare l’equilibrio, che si pone sempre tra due estremi, pertanto al di fuori di ogni esagerazione. Ed è invece proprio l’esagerazione che guida le azioni di chi attualmente detiene ed esercita il potere con tracotanza. La vita dei “governati” è stata resa sempre più difficile dal “governo” di organismi economici-finanziari di natura privata, che assumono le decisioni e fanno le loro scelte in soddisfazione di interessi unicamente privati e che di fatto hanno soppiantato lo Stato. “Profitti privati e pubbliche calamità”. In omaggio a scelte private sono state rese difficili e/o impossibili persino le comunicazioni basilari con tutte le grandi società. E’ un’avventura senza fine per gli eredi del de cuius provare ad ottenere il distacco di un’utenza telefonica o la chiusura di un conto corrente dopo il decesso del titolare. Tutto sembra essere progettato per alimentare il disagio della popolazione, che lo avverte di più là dove l’opera o il menefreghismo complice dei decisori produce il maggiore impatto sociale. Il pianeta Giustizia è uno di quelli che fa registrare una pessima salute complessiva. Nel settore penitenziario, dove è operante solo una visione carcero-centrica di stampo vendicativo, non siamo ancora arrivati ad apprezzare la “maschera d’azoto”, strumento atto a soffocare i condannati a morte, ultimo gadget che ci giunge dal faro della democrazie occidentali, ma sicuramente siamo ben lontani dai tempi in cui un “magistrato di sorveglianza, concesse novecento permessi, con un record di ottocentonovantuno rientri”. Le carceri italiane, dove gli atti di autolesionismo sono routine, dove maturano tantissimi suicidi, dove dietro le sbarre si verifica una strage quotidiana, sono ormai diventate discariche per molti “dannati della terra”, privati anche dei livelli minimi di dignità umana. Di male in peggio, le aule di giustizia, con il loro drammi quotidiani, offrono un altro spaccato dell’indecente realtà italica. Qualche giorno fa il ministro Carlo Nordio annunciava trionfalistico: “L’inizio della fine di un periodo oscuro per la giustizia”. Non condividiamo le sue speranze per più di un motivo, uno è quello della ventennale vigenza funesta della legge n. 6/2004. L’applicazione/interpretazione di tale norma consente a certi magistrati l’uso impudente del codice penale contro i congiunti e le persone care che osteggiano i disegni riguardanti l’amministrazione esogena del “beneficiando”. Non l’ultima delle ragioni è poi quella che attiene al diritto di difesa, sempre più intaccato dalle modeste condizioni economiche del “reo”, dai torquemada che aborrono quanto disposto dalla Costituzione (art. 27 comma 2), dal conformismo ideologico che attraversa i tre gradi di giudizio, dall’impiego di luoghi fisici inadeguati al processo, dalla violata riservatezza delle relazioni tra avvocato e cliente, dal limitato, incompleto ed intempestivo accesso a tutto il materiale utile per impostare la discolpa, dall’impossibilità di partecipare effettivamente alle udienze in modo attivo, dal dilagare degli “incontri giudiziari telematici” (soluzioni prive di tutte quelle regole processuali che sono state previste in funzione dell’effettività del diritto di difesa e del ruolo di garanzia della giurisdizione), dalle non infrequenti persecuzioni giudiziarie senza limiti di tempo, da sempre nuove “regole” che sbilanciano il rapporto tra pubblico ministero e difensore, a detrimento di quest’ultimo. In ambito di volontaria giurisdizione la secretazione degli atti incoraggia l’impiego seriale di relazioni mendaci e/o fuorvianti, nonché il deposito di diagnosi psichiatriche prive di validità scientifica da parte di diversi soggetti in appariscente conflitto d’interessi. Da non dimenticare l’imperversare delle false accuse, un vero flagello giudiziario che, tra l’altro, produce una grande quantità di danni collaterali. Quasi ogni giorno, e soltanto dalle cronache locali, apprendiamo di assoluzioni da accuse rivelatesi menzognere, prive di fondatezza.
In certi casi le persone ingiustamente accusate si ritengono soddisfatte dall’assoluzione e, nauseate da certa magistratura, si astengono da ulteriori azioni giudiziarie; in altri casi cercano di rivalersi denunciando per calunnia chi ha rovinato loro la vita; in altri casi perdono la fiducia nella giustizia, anche qualora alla fine abbia riconosciuto la loro innocenza. Le false accuse hanno sempre esiti nefasti ancor prima che l’imputato abbia la possibilità di uscire a testa alta dal tribunale. Tutti gli accusati, volenti o nolenti, sono costretti a spendere un bel pò di soldi per il patrocinio legale. Qualcuno di loro si ammala di cancro. Qualcuno non regge il peso della traumatica esperienza giudiziaria e si ammazza. Quasi mai chi formula accuse infondate viene perseguito dalla magistratura, la quale però, con estrema facilità, magari con un banale copia-incolla, ha mandato avanti un procedimento che “non si reggeva in piedi” e verosimilmente strumentale. E’ pure accaduto cha la Corte di Cassazione, investita dal problema delle accuse farlocche, con l’ordinanza n. 36266/2023 abbia così esordito:
“La presentazione della denuncia di un reato costituisce adempimento di un dovere, rispondente a un interesse pubblico, che risulterebbe frustrato dalla possibilità di andare incontro a responsabilità in caso di denunce semplicemente inesatte o rivelatesi infondate.”
Il “supremo” enunciato sembra non valere per il protagonista della storia che, pur con dovizia di particolari, stiamo raccontando da anni.
Come ben ricorderanno i lettori, il nostro amico ricorrente in Corte di Cassazione è sotto processo perché, secondo qualche magistrato, con la propria denuncia del 16/6/2020, ha raccontato le bugie ai carabinieri. Quanto esposto nella denuncia si riferisce solo a fatti oggettivi comprovabili ancora oggi, a distanza di circa quattro anni dal verificarsi degli eventi. L’udienza per la sua presunta simulazione di reato, già fissata per il 9/2/2024, è stata spostata alle ore 10,00 del 18/10/2024.
Il futuro dei vecchi e dei nuovi “clienti” dei tribunali, con buona pace dell’ottimista guardasigilli, ci appare ancora nero come la pece.
18/2/2024 Antonio Bertinelli
Sempre più difficile difendersi da certi magistrati: Processo in corso, l’avvocato scopre la sentenza già scritta. —- https://www.ansa.it/toscana/notizie/2024/02/23/processo-in-corso-lavvocato-scopre-la-sentenza-gia-scritta_06079f23-f6a0-4c61-b2e2-a74adb7f7082.html
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