Giustizia 2021? un incubo (78 puntata)

Prima di mettere il lettore a parte delle ultime novità sulla vicenda delle due disabili, “attenzionate” dalla magistratura e “soccorse” da altre volenterose persone in periodo di lokdown 2020, ci prendiamo la licenza di andare con il pensiero ad argomenti non tanto dissimili da quelli che chiariscono anche l’evolversi della nostra storia. Nel corso della vita abbiamo esplorato itinerari non sempre presi in considerazione come scenari futuribili. Anche per impegni collegati al nostro lavoro abbiamo incontrato protagonisti della cronaca nera che un tempo, per le loro azioni, guadagnarono titoli cubitali sulle prime pagine dei più grandi quotidiani. Tra le mura del carcere non apparivano come venivano descritti o immaginati da chi si occupava delle loro storie per aumentare il fatturato dei giornali. Alcuni erano finiti reclusi per una serie di concatenazioni particolarmente avverse. Uno di questi, tra i più giovani, un giorno raccontando la sua storia e riferendosi alla sua carcerazione mi confidò: “Nessun uomo può dire io di questo pane non ne mangio”. Fuori dal carcere abbiamo conosciuto Mario Tuti. All’epoca, già in regime di semilibertà, tra l’altro, si occupava della rivista “Il Faro” e dei ragazzi affetti da tossicodipendenza ospitati nella comunità “Mondo Nuovo”. Non parlava con facilità del suo vissuto, specialmente di quello che lo aveva visto scendere “in guerra” (era così che percepiva il suo travagliato passato) contro lo Stato. Si avvertiva il suo rammarico per la “scelta di morte” fatta in quegli anni, confidava la sua nostalgia per aver perduto con l’ingresso in carcere le relazioni, le amicizie, la famiglia. Nel periodo di reclusione (finito alla “tortura” nei  famigerati “braccetti” carcerari) aveva avuto modo di confrontarsi con i “compagni” (suoi avversari politici) ed aveva ormai la consapevolezza che certe stragi erano state compiute da personaggi diversi da quelli che all’epoca militavano nelle formazioni ideologicamente contrapposte. Appariva schiacciato dal rimorso per le vite che aveva reciso. Fino al mese scorso, la sera, passando in auto lungo certe strade, lo vedevamo spesso camminare per rientrare in carcere. Il suo stesso modo di procedere dava la misura del peso che questo vecchio si portava dentro. L’ex fascista repubblichino sta in carcere da 46 anni. Ha conosciuto la colpa, il castigo e, oltre il suo, anche il tormento altrui. Da circa vent’anni la vita che ha condotto Mario Tuti si è posta agli antipodi della scelta di “guerra” che lui stesso “perfezionò” il 24 gennaio 1975. Come anche altri “combattenti rossi” non ha mai compiuto “atti di sottomissione”, nè verbali, né scritti. Lui li reputa strumentali e profondamente ipocriti, ma uno Stato rispettoso della propria Costituzione non dovrebbe favorire la pena perpetua e garantire la vendetta. Tuti ha ottenuto la semilibertà dieci anni dopo il momento in cui ne avrebbe avuto diritto. Il mese scorso, per il fatto che la sua presenza è stata notata ad un normale campo estivo dei giovani neofascisti del Blocco Studentesco, associati a CasaPound, raduno legale e autorizzato, il giudice di sorveglianza gli ha ritirato il permesso di uscita giornaliera dal carcere. Ci sembra un’azione malvagia perché l’uomo di una volta non ha “deposto le armi” sic et simpliciter ma da tantissimi anni si è messo a diposizione di una onlus per alleviare la sofferenza altrui. Per usare le sue parole “Il carcere congela la storia, i sentimenti, è inutile cercare quel mondo che non c’è più”. Lo spirito che ha guidato il provvedimento è lo stesso con cui lo Stato italiano ha attivato la procedura di estradizione che dovrebbe riportare in Italia alcuni vecchi ex terroristi che ottennero l’asilo politico dalla Francia. Tutti questi “transfughi” hanno fatto del loro meglio per riscattarsi e per farsi dimenticare. Qualcuno di loro ha recentemente parlato di “esilio” in terra straniera paragonandolo ad “una forma di espiazione permanente che non prevede né riduzione di pene né grazia”. Sono di quelle cose che accadono nel nostro Paese il quale, senza aver mai fatto i conti con l’opacità del suo passato, né con il suo ancor meno cristallino presente, riesce a certificare la sua regressione storica quando si occupa di Istruzione, Sanità e Giustizia. Colonizzato dal capitalismo apolide, dalla finanza internazionale e dai suoi giannizzeri, neanche vuole riconoscere, attraverso i suoi rappresentanti istituzionali, la differenza tra chi è finito in galera per farsi parte attiva di una “lotta di classe”, per inseguire un qualche pur discutibile “ideale” ed un bancarottiere (supposto che un simile soggetto ci possa mai finire). L’istruzione “riformata”, ossia mero ciarpame che rientra nel mondo delle apparenze ingannevoli dipinte dai vati del neoliberismo, ha prodotto una miriade di individui (pur con diploma o laurea) che appaiono umanamente gretti, illetterati e/o deprofessionalizzati. L’epoca in cui persino la televisione pubblica (senza pubblicità) si preoccupava di fare cultura con trasmissioni dedicate non c’è più. Oggi dobbiamo convivere con degli infermieri che, per imperizia, usando maldestramente l’ago, creano ematomi duri da iniezione ai pazienti oncologici. E’ quasi impossibile trovare un idraulico che sappia saldare dei tubi a stagno, è difficile incontrare un elettricista che sappia dimensionare un impianto scegliendo la giusta sezione dei cavi in rapporto al carico degli utilizzatori da alimentare, è raro imbattersi in un tecnico che, dopo un sopralluogo o una perizia, sappia stilare agevolmente una relazione. Quello che accade in questi settori accade anche nell’esercizio di altre professionalità. Così leggiamo, dopo l’epocale scoperta dei neutrini che hanno superato la velocità della luce, la famosa gaffe del Ministero dell’Istruzione sulla “costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento”. Così, vuoi per inidonea preparazione, vuoi per convinzione dottrinale, vuoi perché protetti dalla corazza dei privilegi di categoria, troviamo giudici che stendono verbali di tal fatta: (vedi 37 puntata) o che suscitano seri imbarazzi per le motivazioni che sostengono le loro decisioni. E’ singolare quello che ha negato gli arresti domiciliari ad un detenuto che in carcere ha studiato, ha preso due lauree con 110 e lode, ha impiegato il tempo della reclusione per riabilitarsi. Ecco la motivazione con la quale il tribunale di sorveglianza ha rigettato la sua richiesta: “la laurea conseguita in carcere e la frequentazione di un master per giurista di imprese si ritiene possano affinare le indiscusse capacità del ricorrente e dunque gli strumenti giuridici a sua disposizione per reiterare condotte illecite in ambito finanziario ed economico”. Sempre più frequentemente in decreti e sentenze troviamo la vittoria delle ragioni ideologiche sul discernimento della legge. Questo modo di procedere porta ad indebolire sempre di più la forza cogente del diritto per ascoltare sempre di più la voce dell’estemporaneità o peggio dell’arbitrio consapevole. Ultimamente chi ritiene di averne titolo parla di riforma della giustizia e di quesiti referendari. Secondo noi, al punto in cui siamo giunti, in certi ambienti giurisdizionali serve più che altro una decontaminazione. Avere una femminista in magistratura è come avere una piromane assunta in qualità di guardaboschi. Avere in magistratura una militante dei CAV è come avere un medico affetto da qualche grave infezione in servizio all’interno di un reparto di immunodepressi. Avere un magistrato corrotto o colluso nella sezione civile fallimentare di un tribunale è come aver affidato le chiavi della propria cassaforte ad un rapinatore. Trovare un pubblico ministero aprioristicamente innamorato di qualche teorema, qualsivoglia sia il motivo per cui dimostra di esserlo, è una vera iattura non solo per l’indagato, ma anche per le casse pubbliche. Abbiamo coscienza che subire verifiche ispettive serie in casi “problematici” come quello riguardante il prof. Carlo Gilardi non scaldi il cuore di molte toghe. Abbiamo contezza che l’esito del referendum sulla giustizia metta paura alle toghe più “indipendenti”, ma ci conforta, anche se non troppo, che qualcuna di loro cominci finalmente a scoprire gli altarini. Noi torniamo ad immergerci in media res e partecipiamo la novità che riguarda il nostro amico. Sempre accusato di “simulazione di reato” per quanto ha denunciato il 16 giugno 2020 (vedi 1 e 2 puntate) alcuni giorni fa, in periodo “sospensione dei termini”, gli è stata notificata la conclusione delle indagini. Il suo avvocato di fiducia depositerà a breve la seguente memoria difensiva:

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ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI XXX

ALLA C.A. DEL DR. SSA T.M.

Proc. R.G.N. xxxx/2020

 MEMORIA DIFENSIVA

La sottoscritta Avv. xxxx, difensore di  xxxx  nato a  xxxx ed ivi res.te in xxxx,  come da delega in atti  già depositata, in relazione al procedimento penale  R.G.N. xxxx/2020 per il quale è sotto notificato in data 22/10/2020 avviso di conclusioni di indagini preliminari per il reato di cui all’art. 367 c.p. perché,” con denuncia sporta contro ignoti dinnanzi alla stazione dei CC di xxxx per il delitto di cui all’art. 643 di cui sarebbero state vittime l’anziana madre di anni 91 xxxx  e la sorella affetta da disturbi psichiatrici  xxxx  avrebbe attestato falsamente l’avvenuta commissione del delitto, atteso che dalle indagini svolte nell’ambito del procedimento penale N. xxxx/2020 noti non emergeva nulla di quanto da egli riferito e, anzi si accertava che lo stesso si era appropriato in data 6/5/2019 della somma di xxxx, prelevandola dal libretto postale N. xxxx cointestato alla madre e alla sorella e sul quale aveva la delega ad operare, depositando tale somma sul proprio conto corrente, all’insaputa delle aventi diritto. In xxxx, in data 16/6/2020”

                                                    RILEVA quanto segue

Le indagini svolte da codesto ufficio sono state svolte prevalentemente su movimenti effettuati su c.c. e su depositi postali e non già invece su tutto quanto si richiedeva e così come denunciato il 16 giugno 2020, ipotizzando l’indagato furto e/o circonvenzione d’incapace a danno di due sue congiunte.

L’INDAGATO NON HA MAI ASSERITO (vedi istanza inoltrata al G.T. e la denuncia successiva alla Stazione dei C.C.) di aver sospettato furti all’interno delle Poste o in Banca. Il sospetto di imbrogli postali e/o bancari non è manifestato dall’uomo neanche nel verbale di ricezione dei Carabinieri.

L’indagato, il 6 maggio 2019, munito di procura generale della sorella del 7 marzo 2013, HA LECITAMENTE PRELEVATO dei soldi dal libretto postale n. xxxx per metterli in sicurezza, dove ancora oggi si trovano. NON si è mai appropriato dei soldi prelevati. L’uomo, in virtù della procura generale di cui è in possesso, nel maggio 2019, era infastidito dagli ostacoli e dalla burocrazia frapposte dalle Poste Italiane ogniqualvolta lo stesso operava prelievi dal libretto a doppio nominativo. Per qualche giorno non aveva potuto prelevare del denaro richiesto dalla sorella in quanto dalla fotocopia della carta d’identità della madre depositata nell’ufficio postale il documento risultava scaduto. Aveva dovuto perdere del tempo e produrre alcuni certificati prima di poter effettuare qualunque operazione. Il procuratore, Dr. xxxx, aveva ritenuto intollerabile non poter disporre dei soldi al bisogno ma sotto disposizioni e con i tempi imposti dall’ufficio postale. Le donne erano state avvertite ripetutamente, stante le loro condizioni cognitive. Per rammentare visibilmente l’operazione ad entrambe le contitolari, il xxxx allegò al libretto postale un memorandum da lui stesso sottoscritto il giorno stesso del trasferimento del denaro in qualità di procuratore generale della sorella.

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Dall’inizio del 2020 fino al giugno dello stesso anno, le due donne hanno ricevuto dal loro congiunto contanti per 17700 euro. Se non spesi o altrimenti impiegati, i soldi potenzialmente rimasti in casa non rendevano la situazione finanziaria tale da indurre la anziana madre disabile ad un’urgente vendita di preziosi. Tale operazione di vendita e la situazione economica della donna che – si ripete- non poteva assolutamente indurla alla vendita dei preziosi, hanno destato allarme al Dr. xxxx non appena ha appreso la circostanza de relato. In effetti solo dall’escussione della xxxx, effettuata dai C.C, il figlio è venuto a conoscenza che tra l’8 giugno 2020 ed il 24 luglio 2020 l’anziana madre, grazie alla vendita di preziosi curata dalla nipote per circa 70 g. di oro, aveva realizzato la somma di 3367 euro. Le indagini non hanno mai appurato la quantità totale di preziosi alienata dal momento in cui l’anziana disabile è stata avvicinata da altri soggetti negli anni precedenti al periodo di lockdown. Hanno registrato semplicemente che l’anziana donna possedeva due ricevute relative a due vendite nel periodo prima citato.

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Per quanto riguarda i preziosi di proprietà delle due donne invalide c’ è il dato oggettivo della loro alienazione nel corso del tempo. Della custodia dei preziosi in piccola parte se ne occupava la madre ed in maniera più assidua oltre che con maggiore competenza soltanto la sorella (aggravatasi nel luglio 2020) dell’indagato. Quest’ultimo non è quindi in grado di sapere cosa sia effettivamente accaduto ai preziosi conservati nell’abitazione. Lui conosceva esclusivamente le dimensioni d’ingombro dei preziosi riposti negli appositi “ricoveri” usati dalla due congiunte. Nessuno è stato in grado di stabilirne la quantità ed il valore. Codesto ufficio, senza alcun supporto tecnico (CTU), ha ritenuto la novantunenne xxxx in grado di autodeterminarsi. In base a tale convinzione ha reputato che quanto asserito dall’anziana (vendite eseguite tramite una nipote, per le quali ha esibito due ricevute) fosse esauriente. La prima vendita (giustificata dalla donna per asserita e supposta   mancanza di soldi) è datata 8 giugno 2020, OVVERO DUE GIORNI PRIMA CHE ARRIVASSE A CASA IL NOTAIO per perfezionare la procura generale concordata, qualche mese prima, con la sig. xxxx (il 10 giugno 2020).

I sospetti palesati nella denuncia del 16 giugno 2020 forse hanno successivamente trovato riscontro là dove si legge: ”Omissis Personalmente non sono in grado di riferire se sono state indotte a firmare qualche documento Omissis”. Infatti, durante lo svolgimento dell’iter giudiziale messo in moto da xxxx, con la richiesta di amministrazione di sostegno della sorella, l’odierno indagato ha potuto constatare che alla prima udienza avanti il G.T. il procuratore, o meglio l’avvocato che rappresentava la sorella xxxx, ha depositato – indicandolo erroneamente come procura alle liti – un documento non pertinente al procedimento in corso. Per l’esattezza era una procura che il legale aveva fatto firmare dalla sorella dell’indagato per essere rappresentata nell’apertura di amministrazione di sostegno a favore del figlio della stessa xxxx (deceduto da oltre un anno!). Il documento fornito è datato 11 marzo 2021. Si riferisce a fatti ed atti riguardanti una persona deceduta il 14 agosto del 2019.

L’indagine non ha preso in considerazione altri fatti denunciati dall’indagato, anche su lamentele dalla madre, come quelle relative alla sparizione di roba (le chiavi di casa, il libretto postale cointestato dove viene accreditata la pensione, una grande spilla d’oro da foulard, etc.) e di documenti (buoni postali di colore verde cointestati, etc.)

L’indagine non ha approfondito la questione dei barricamenti e del cambio di serratura di casa delle due disabili verificatisi in corrispondenza delle restrizioni anti pandemiche ed a tutt’oggi non si capisce né chi ha proceduto al cambio della serratura e per quale motivo non è mai stato informato il Dr.xxxx, parente dal più stretto legame di parentela con la madre e la sorella e che per moltissimi anni si è preso cura di loro. Per tale cambio di serratura la stessa madre dell’indagato provvide a fornire allo stesso una seconda chiave (relativa all’ultima serratura cambiata). A tutt’oggi non si è mai saputo chi avesse sostituito la serratura. L’ultima volta in cui il Dr. xxxx ha trovato la porta sprangata è stato il 13 giugno 2020. In quel frangente alle ore 13,16 inviò un SMS a xxxx per chiedere aiuto.

Dalla lettura delle sit rese da quest’ultima il Dr. xxxx ha potuto leggere le seguenti affermazioni. In particolare l’8 settembre 2020 la xxxx asserisce “da diversi mesi ovvero da marzo 2020 non percepisce la pensione perché il figlio xxxx, unico abilitato, non glieli prende e non glieli porta più essendo la zia non deambulante e la cugina xxxx non li può prendere neanche lei avendo dato la procura al fratello xxxx. So anche che xxxx a giugno dell’anno scorso ha tolto xxxx euro dal libretto della madre e della sorella, come dettomi da mia zia xxxx, inoltre ha abbandonato le sue congiunte senza più preoccuparsi di loro. Se non ci fossi io zia xxxx e xxxx sarebbero sole ed abbandonate a loro stesse”.

Per chi – come l’attuale indagato – sa come invece sono andate le cose, tale affermazione risulta estremamente inveritiera e non si capisce per quale motivo sia stata riferita.

Anche dalle dichiarazioni del medico curante delle donne (xxxx), che le conosce da lunghissima data, escusso il 4 settembre 2020, sembra che lo stesso abbia eluso sostanzialmente tutte le domande. Nessuno, nel corso della sua deposizione, ha chiesto al medico per quale motivo il giorno 11 giugno 2020 scriveva di suo pugno due richieste di visite (psichiatrica e geriatrica) per la sua paziente novantunenne e poi il 21 luglio 2020  rilasciava alla nipote della Sig.ra xxxx, xxxx,  un certificato che la dichiarava capace d’intendere e di volere.

Tale certificato veniva usato il giorno successivo per farle firmare una procura ad un avvocato.

Infine non si può sottacere, in riferimento alle sit, che sebbene il libretto da cui sono stati prelevati € xxxx, sia cointestato sia a xxxx (madre) che a xxxx (sorella)  sia stato chiesto alla SOLA  madre (xxxx)   se era stata o meno avvisata del prelievo dal libretto. Tale domanda infatti non è stata posta anche alla sorella (xxxx), così come si evince dall’allegato alla relazione del Luogotenente xxxx, firmata dalla stessa donna citata il 7 settembre 2020)

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Nella relazione, ad un certo punto si legge: “xxxx e xxxx percepivano una pensione mensile che veniva accreditata sui conti che gestiva ovvero su cui aveva la delega soltanto xxxx”. In verità l’indagato, congiunto delle donne, non ha mai avuto alcuna esclusiva ad operare sul c.c. della sorella e meno che mai sul libretto postale cointestato, prima sparito e successivamente ricomparso. Nella relazione si legge ancora: “xxxx e xxxx attualmente si trovano a non poter operare sul loro conto per aver fornito procura esclusiva ad xxxx”. In realtà l’indagato NON E’ MAI STATO IN POSSESSO DI ALCUNA PROCURA ESCLUSIVA e men che meno di una qualche banale delega firmata dalla madre invalida.

La denuncia presentata dall’indagato, che non poteva sapere con quale grado di consapevolezza la madre si lamentava di certe sparizioni e con quale grado di consapevolezza decideva di far vendere dei gioielli a terzi, FA RIFERIMENTO A FATTI: dileguamento di un PC portatile, impossibilità a ritirare la pensione dell’anziana madre, sbarramenti della sua abitazione, inspiegabile cambio di serratura dell’alloggio, sparizione di preziosi e documenti, le lamentele della padrona di casa per cose divenute irreperibili. Eventi che nella realtà si sono verificati e in quanto tali non POSSONO ESSERE CONSIDERATI FALSI o COME MAI ACCADUTI. In quanto, ai fini della configurabilità del delitto di cui all’art. 367 c. p., il raffronto tra il reato consumato e il reato denunciato non va condotto con esclusivo riguardo alla astratta qualificazione giuridica del fatto, ma deve coinvolgere anche quelle alterazioni del vero che, pur senza influire sul titolo del reato, ne modificano in modo così sostanziale gli aspetti concreti da incidere sulla sua identificazione. Quindi, come da giurisprudenza, l’eventuale mancanza di ulteriori dettagli nella denuncia non può tramutarsi in “simulazione di reato”.

Si chiede quindi che il PM voglia valutare l’impianto probatorio, attualmente inesistente prima di chiedere un rinvio a giudizio, essendo l’accusa fondata su mere ipotesi non fondate su alcuna prova che non potranno in alcun modo supportare un giudizio di colpevolezza in dibattimento.

 Si insiste pertanto nell’archiviazione

                                                                                                  AVV. xxxx

10/9/2021 Antonio Bertinelli

Pubblicato da antoniobertinelli

Melius cavere quam pavere

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