Giustizia 2021? un incubo (73 puntata)

Ieri il nostro amico ha ricevuto altre due comunicazioni da parte dell’Acea in merito all’irrisolta situazione amministrativa della madre “tutelata” dai servizi sociali con decreto del tribunale di xxxxxxxxxx. Sono richieste di presenze a domicilio. A nulla è servita la segnalazione in cui, di fatto “esautorato” dall’iter giudiziale per ottenere l’incarico di amministratore di sostegno della madre, il 16 dicembre 2020 scriveva all’incaricato aziendale suggerendogli di rivolgersi al giudice tutelare. Poniamo lo scritto in coda alla presente puntata. In assenza di altre notizie di rilievo sulla vicenda, ci soffermiamo a riflettere sulla Giustizia. La riforma del CSM dovrebbe mettere fine ai mandarinati, al dominio delle correnti, allo spirito corporativo, alle smanie di carriera, alle guerre intestine ed alla sterilità autopoietica dei magistrati. Senza invocare immediate riforme costituzionali dietro alle quali nascondersi, basterebbe già iniziare con qualche azione sostenuta dalla buona volontà per far riguadagnare alla giurisdizione un pur minimo credito. Di fatto la Giustizia è un settore dove le ultime attenzioni del legislatore sono sempre state quelle rivolte ai bisogni dei cittadini. Quando le dichiarazioni d’intenti debbono trasformarsi in leggi qui, oltre alle difficoltà eminentemente tecniche, si palesano numerosi conflitti d’interessi ormai consolidatisi negli anni. Ogni voce in campo ha la sua quota d’affari da difendere. Dice Giuseppe de Carolis di Prossedi (presidente di corte d’appello): “Ogni volta che si fa una riforma bisognerebbe mettersi nell’ottica di Renzo e Lucia e chiedersi se la riforma renderà più facile a Renzo e Lucia ottenere giustizia da don Rodrigo o lo renderà più difficile. Tutte le altre polemiche tra avvocati e magistrati mi lasciano piuttosto indifferente”. Non è questo però l’abito mentale con cui i contendenti in lizza per la “riforma Cartabia” si confrontano. Esistono sentimenti come l’odio e la vendetta che inficiano la giurisdizione (https://www.lafionda.com/lutilita-dellodio-nella-prospettiva-femminista/). Guardiamo ad alcuni vecchi protagonisti della lotta armata rifugiatisi in Francia perché protetti con l’asilo politico previsto dalla “dottrina François Mitterand” e recentemente “mollati” da Emmanuel Macron. (http://www.linterferenza.info/attpol/quegli-anni-piombo-non-si-vogliono-superare/). Basta ripensare agli eccessi giudiziari agiti nei confronti di un celebre personaggio incappato nelle maglie della giustizia, finito “sotto processo eterno” (https://notizie.tiscali.it/politica/articoli/corte-europea-perche-berlusconi-condannato/). E’ sufficiente leggere anche la storia del prof. Carlo Gilardi per avvertire l’odore della rivalsa (https://lecconotizie.com/cronaca/lecco-cronaca/caso-gilardi-condannato-a-un-anno-e-8-mesi-lex-badante-brahim/). Non c’è branca della giurisdizione che sia esente dai condizionamenti provenienti da ragioni ideologiche, da sete di denaro e/o di potere. Ed è per tali ragioni che spesso quello che alcuni fanno uscire dalla finestra altri cercano di far rientrare dalla finestra (vedi l’ipotesi di “danno emotivo” e relativa legge “codice rosso” dei CAV). Nell’infinito pappagallegiare l’american style qualcuno vorrebbe rendere facoltativa l’azione penale lasciando ai PM la massima discrezionalità nello stabilire quale reato perseguire e quale no. Altri giustamente ritengono, a prescindere, per esempio, dagli ingolfamenti dei tribunali a causa dell’abuso di false denunce, che l’obbligatorietà dell’azione penale (anche se spesso invocata per colpire proditoriamente solo un determinato bersaglio) è comunque una garanzia di civiltà giuridica. L’ideologia colma la misura con il primo rapporto GREVIO (“Group of Experts on Action against Violence”, una lobby interna al Consiglio d’Europa per l’applicazione della Convenzione di Istanbul nei paesi che vi hanno aderito) che stigmatizza l’assenza di una legislazione specifica per le situazioni di violenza di genere in presenza di affido condiviso. Rimandando a vecchi articoli (senza prendere partito nei confronti degli autori) abbiamo allargato la visuale per guardare all’Italia nella sua complessa interezza giuridica, così che la situazione del nostro reclamante, pur penosa che sia, potesse diventare parte di quella vastità, di quell’eterno arrovellarsi dell’uomo per avere di più. E’ una questione di prospettiva ed ogni volta che si rimpicciolisce la visuale ritornano in primo piano le intollerabili storture di cui è rimasto vittima il nostro amico.

Ecco una comunicazione fatta ad un addetto ACEA il 15 dicembre 2020 (nella stessa ribadiva che non aveva l’autorità per agire in vece della madre):

Egregio xxxxxxxxxx, la sua risposta si riferisce ad una utenza diversa da quella per cui il suo collega xxxxxxxxx mi ha invitato a spedire via e.mail la relativa documentazione.
Ho scritto per una “bolletta pazza” in Via xxxxxxxx e lei mi ha risposto con riferimento all’utenza di V.le xxxxxxxxxxx.

ACEA comunica per prestampati. Nessuno legge, figuriamoci poi con attenzione.

XXXXXXXXXXXXXX HA DUE UTENZE IN DUE CASE DIVERSE: VIA XXXXXXXXXXXX
e VIALE XXXXXXXXXXXXX

Questo è un problema che, malgrado i miei difficili sforzi, si trascina senza soluzione da quando ACEA è subentrata nella gestione dell’erogazione idrica. Xxxxxxxxxxxxxxx ha 91 anni.

Esiste una pratica avviata a giugno 2020, ma non definita, per la nomina di un amministratore presso il Giudice Tutelare del Tribunale di xxxxxxxxx.

Per i problemi, incluse le richieste indebite, che la vecchia donna deve risolvere con l’ACEA, dovete rivolgervi al Giudice Tutelare Dr. xxxxxxxxx c/o Tribunale xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx 

29/7/2021 Antonio Bertinelli  

Pubblicato da antoniobertinelli

Melius cavere quam pavere

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