vecchi pensieri 54 (La prevalenza del sordo)

La prevalenza del sordo

Forse ci sono rimaste solo le rubriche dei settimanali dove, anche se non sempre, è possibile ottenere un qualche genere di replica. Altrove impera la sordità tipica di chi non vuole sentire. C’era un tempo in cui il reclamo trovava riscontro. C’era un tempo in cui la richiesta inoltrata tramite lettera raccomandata veniva evasa. C’era un tempo in cui i governi tenevano nella debita considerazione le indicazioni sindacali. Oggi, che la domanda sia irrilevante o che sia d’importanza vitale, che sia posta dal singolo o che sia posta dalla collettività, nessuno più si degna di rispondere. Si può desiderare di acquistare alcuni numeri arretrati di un quotidiano, si può avere necessità di assistenza tecnica per sintonizzarsi su alcuni palinsesti digitali, si può avere bisogno di chiarimenti da parte di Enti Pubblici, si può subire un mancato accredito dello stipendio, si può essere assoggettati a trattamenti pensionistici inferiori al dovuto, si può rimanere con il telefono isolato, si può venire sottoposti a ritenute fiscali improprie, si possono sopportare gli effetti del pendolarismo ferroviario passando buona parte della propria giornata lavorativa in stazione e in carrozze molto simili a carri bestiame, si può morire di malasanità, si può essere venduti con tutta l’azienda a società di comodo il cui fine è quello di fallire e di licenziare migliaia di dipendenti senza pagare pegno. Qualunque sia l’istanza ed ovunque essa sia diretta mai nessuno adempie. Non rispondono i numeri verdi, imperversano numeri e fax sempre occupati, la protervia, l’indifferenza e la trascuratezza accomunano una quantità impressionante di individui adeguatamente inculturati da una condotta politica sempre di più impermeabile alle ricorrenti accuse di scelleratezza. Insomma, nell’arco di un quindicennio, gli Italiani hanno visto distruggere ogni principio etico, hanno visto crescere l’egoismo, hanno assistito al degrado della cultura e dell’istruzione, hanno partecipato, più o meno consapevolmente, al giubileo dei millantatori. Il ributtante opportunismo autoassolutorio di chi calca la scena politica ha prodotto una mistura di cinismo, di ignavia, di acquiescenza e di destrezza, ha sostenuto la cultura del profitto senza limiti, dello sfruttamento e dell’individualismo più sfrenati. Nel quadro di una sostanziale uniformità tra le diverse formazioni politiche, il vento glaciale della globalizzazione ha precedentemente “normalizzato” la sinistra ed ha poi trovato il suo mitico Eolo nell’attuale destra. Grazie all’impiego dei media più potenti è stato promosso il solipsismo sociale, il dileggio delle regole e il disprezzo per il Bene Pubblico. Alla disgregazione del consesso civile e allo sconquasso economico-finanziario si è aggiunta l’inarrestabile opera di soppressione dei controlli di legalità da sempre invisi alla classe degli “eletti”. Attaccando la vecchia condizione di ordinamento e il potere giudiziario in tutte le sue espressioni è stata concessa un’implicita autorizzazione a favorire i propri scopi senza andare troppo per il sottile, ignorando la domanda di certezze minime da parte dei governati è stato lanciato un sottinteso invito ad adottare la “filosofia del fare” (per se). Nel magma della corruzione che pervade tutti i settori dello Stato, nell’illusoria percezione di essere gli unici padroni di se stessi, ormai pochi avvertono il dovere di rispondere e soprattutto non lo avvertono i governanti. Nel volgere di un quindicennio il popolo è stato così trasformato da una comunità di cittadini ad una massa di sudditi. Si sa che ai tributari si riservano solo elargizioni e, per il futuro, il monarca ha deciso che bastino pane e tv. Ma la funzione di scacciapensieri, la mistificazione dell’informazione e la calamitazione del consenso assegnati a quest’ultima quanto potranno reggere ancora? Ci sono centinaia di migliaia di trentenni e quarantenni (precari o disoccupati) che mangiano o mangeranno grazie ai loro padri, che non producono reddito ma che anzi erodono modeste economie familiari. La crisi economica, le delocalizzazioni industriali, le ristrutturazioni societarie e l’impiego strumentale della cosiddetta flessibilità continuano a flagellare il mercato del lavoro. Malgrado i messaggi falsamente rassicuranti degli imbonitori in Italia vivono 1800000 disoccupati e 2800000 persone in cerca di occupazione. Gli inattivi in età lavorativa, più o meno scoraggiati dalla mancanza di impieghi, sono 14000000. L’onerosa entità del debito pubblico conclude l’affresco del Paese. Se il direttore di un quotidiano non risponde ad una nostra lettera possiamo farcene una ragione, se l’Inpdap fa orecchie da mercante possiamo decidere di intraprendere un lungo slalom giudiziale, se il passaggio dai segnali analogici a quelli digitali ci preclude la visione di qualche canale possiamo fare a meno della televisione, se il “pronto soccorso” non è poi tanto “pronto” possiamo ricorrere ad un centro medico privato, ma cosa può accadere se la politica, già snaturata da una caparbia impudicizia affaristica, continua a persistere nelle sua sordità? Abbiamo motivo di ritenere che l’affabulazione esercitata tramite il teleschermo, le cariche diversive di alcuni giornalisti “juke box” per fuorviare ogni confronto di interesse generale, gli estesi silenzi dei telegiornali su realtà imbarazzanti, la marcatura stretta di chi tenta di fare informazione alternativa, la febbrile rincorsa alla cinesizzazione del web non bastano a sostenere per sempre un regime dietro qualunque emblema esso si nasconda, fosse pure quello della libertà. La storia ha presentato il conto anche alla potente macchina di propaganda Goebbels. Durante l’ultimo conflitto mondiale gli Italiani e i Tedeschi, tra le macerie dei bombardamenti, ascoltavano Radio Londra. Le trasmissioni in italiano si aprivano con le prime note della 5 Sinfonia di Beethoven che ricordavano il suono della lettera “v” con cui inizia la parola vittoria. Poi arrivò il suicidio collettivo nel bunker della Cancelleria hitleriana e si celebrò il ludibrio di Piazzale Loreto.

Antonio Bertinelli 23/2/2010

Pubblicato da antoniobertinelli

Melius cavere quam pavere

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