vecchi pensieri 33

Tra utopie e masanielli

Abbiamo ricevuto un rimbrotto che ci assimila implicitamente a quei connazionali “contro”, acculturati da un certo tipo d’inchieste televisive e dall’azione autocelebrativa di alcuni professionisti del dissenso. Non ci sentiamo direttamente responsabili del prolasso sociale che affligge il Paese. Non facciamo il tifo per i furbi, né per chi ce ne narra le carriere politiche e le vicende giudiziarie o per chi ce ne fornisce quadrucci satirici a pagamento. Pur senza avversare particolarmente la sua modesta incisività, siamo convinti che il “contro” attualmente tollerato o incoraggiato da qualche editore e da qualche media è solo il teatrino di una democrazia, per di più esercitata in regime controllato dalle mafie interne e da vari centri finanziari internazionali. Cosa ci si aspetta dagli Italiani? Ci furono anni in cui era facile venire arruolato nella lotta armata. In alcune grandi città era talmente diffusa la rabbia contro lo sfruttamento dei diseredati che bastava frequentare certi locali pubblici per subire l’approccio di chi aveva fatto il salto nella clandestinità o si apprestava a farlo.
Genova fu a lungo una delle roccaforti del “fiancheggiamento” di chi aveva rotto i ponti con la contestazione tradizionale impugnando la P38. Molti di quelli che finirono in galera, ancora oggi, sono a chiedersi da chi furono manovrati. La cosa riguarda i militanti di entrambi gli schieramenti, che hanno avuto modo di confrontarsi anche dietro le sbarre. Qualche probabile “infiltrato” è stato scoperto, qualcuno è stato ammazzato, ma i grandi burattinai sono rimasti nell’ombra. Il bilancio di quello “scontro” è ormai consegnato alla storia con tutti i suoi enigmi. Oggi lo scontento è molto più diffuso di quanto lo fosse negli anni settanta del XX secolo, i disagi sociali stanno diventando endemici e i disagi individuali, quando va bene (?), vengono combattuti con gli psicofarmaci. Ha scritto Paolo Barnard: “(…) I Sistemi di Potere, brutali, corrotti, avidi sono la cosa più comune della Storia dell’umanità, nulla di nuovo, ci sono sempre stati (…) Ma i popoli si sono organizzati, e li hanno sempre uno ad uno spazzati via. Lo hanno fatto quando non c’era la Tv, non c’era Internet, non c’erano le democrazie. Lo hanno fatto quando rischiavano la tortura, lo sterminio, la sparizione nelle fosse comuni, e quando non esisteva una giustizia di alcun tipo a tutelarli. Ma lo hanno sempre saputo fare. Il dramma del nostro tempo è che non siamo più capaci di farlo. Tutto qui. (…) Il dramma è che non sappiamo più spazzarli via. E siamo i primi nella Storia a essere così pavidi (…)”. Non possiamo addentrarci sui mille motivi che imbrigliano gli Italiani “consapevoli” sul bagnasciuga dell’ignavia ma, prescindendo dai modi e dai tempi in cui fu possibile l’esortazione (aux armes) di Camille Desmoulins, vogliamo addentrarci in un rischioso gioco ponendo dei quesiti a chi forse rincorre l’impossibile idea di un’insurrezione alla francese. Chi ha i mezzi ed il seguito per ottenere una mobilitazione di massa? Chi si frapporrebbe alla marcia contro il Palazzo? Quante vittime ci sarebbero tra i “poveri” degli opposti schieramenti e quante tra i veri “padroni” dentro e fuori dai confini nazionali? Nell’ipotesi di riuscire a defenestrare velocemente governanti e parlamentari chi dovrebbe/potrebbe subentrare ai “cacciati”? La schiavitù crescente di alcuni Popoli è manifesta, ma la strada per affrancarsene, che comunque non s’imbocca accodandosi semplicemente alle indignazioni pubbliche dei masanielli con buoni affari privati, è ancora tutta da inventare.

Antonio Bertinelli 18/8/2009

Pubblicato da antoniobertinelli

Melius cavere quam pavere

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