Giustizia 2021? un incubo (38 puntata)

Nei primi anni di questo secolo la prassi operativa di alcuni tribunali venne platealmente alla ribalta grazie all’impegno che Maurizio Costanzo profuse nelle sue trasmissioni televisive. Già a quel tempo s’intravedeva una sorta di neoplasia in metastasi che affliggeva alcuni settori dell’attività giurisdizionale. Dagli ambienti investiti dalle inchieste giornalistiche ci furono più volte alzate di scudi a difesa delle varie categorie coinvolte: consulenti, servizi sociali e magistrati. Nel corso del 2008, mentre gli episodi più scottanti erano ancora sotto i riflettori della stampa nazionale, la voce del giubilato giornalista improvvisamente si tacitò, e fu per sempre. Tra fiammate di notizie allarmanti e lunghi silenzi, tra indignazioni pubbliche e complicità private, da Milano a Taranto, dalla storia di Angela Locanto a quella di Sergio Nardelli, dai bambini vittime del sistema Bibbiano alla penosa storia di Carlo Gilardi, nihil novum sub sole. Un numero imprecisato di persone vengono ingoiate quotidianamente dai buchi neri della malagiustizia senza che qualcuno ci possa fare o voglia fare qualche cosa. Solo ai barboni, ai senzatetto, agli sfrattati senza lavoro, ai figli “devianti” dei nomadi, agli sbandati di ogni tipo è concesso di rimanere liberi e di scampare dalle attenzioni di qualche giudice tutelare. A Carlo Gilardi no. A lui, preso tra le grinfie di chi mira ai suoi soldi e le cure di una RSA, non resta altro che chiedere il silenzio stampa sulla sua storia perché si vergogna della sua fragilità. Lui, per l’intervento di una certa magistratura, ha il privilegio di trovarsi nel cerchio magico dei salvati. Quelli che (trovandosi nelle condizioni economiche giuste) vengono “protetti” dalla conflittualità familiare, dal disagio psichico, dai rapporti parentali inadeguati, dalla scarsa cura di sé, dalla prodigalità, dai figli irriconoscenti, etc. Per quelli come lui, o come le congiunte del nostro prossimo appellante, si fanno carte false pur di isolarli dai familiari, internarli e/o amministrarli. Il giuoco dei bussolotti realizzato con sparizioni-sostituzioni del carteggio presente nei fascicoli dei “beneficiari” dei provvedimenti sono un’abitudine vecchia. Nel fascicolo del G.T., consegnato al ricorrente per il reclamo in Corte d’Appello NON esiste traccia scritta d’indagini in corso su di lui, peraltro citate dal G.T.; nel fascicolo NON esiste traccia di un precedente decreto a quello attualmente in suo possesso; NON c’è traccia di un qualche verbale che avrebbe dovuto redigere il G.T. per l’udienza programmata del 23 novembre 2020; Non c’è traccia di un certificato medico personale inviato via PEC il 20 novembre 2020; NON c’è traccia di un qualche “audizione protetta” della beneficiaria, anche questa menzionata nel decreto di nomina del sindaco di xxxxxxxxxx (leggasi servizi sociali) quale amministratore di sostegno. Nei procedimenti di volontaria giurisdizione lo strumento più diffuso dagli addetti alla disamina del caso è la diffusione del sospetto sul soggetto che si decide di eliminare dal contenzioso o dalla possibile carica amministrativa. Infondere il dubbio è la cosa più pericolosa per chi viene preso di mira, perché si usano solo mezze parole, interrogativi ai quali è impossibile rispondere, sussurri nelle orecchie di chi rappresenta l’accusa, chiacchiere senza una sola traccia di riscontri. In tal modo la persona colpita è praticamente impossibilitata a difendersi dal marchio d’infamia che gli viene fatto esibire (qualunque esso sia: stalker, maniaco, violento, ladro, dedito ai maltrattamenti in famiglia, truffatore, e così via diffamando). E’come battersi contro dei fantasmi. In queste sedi non è come nei procedimenti penali dove la condanna richiede delle prove. Nella volontaria giurisdizione il fumus commissi delicti si trasforma quasi sempre in un giudizio di colpevolezza. Quando e se arriva il responso d’innocenza, il tempo trascorso non consente più la riparazione dei danni subiti. Comunque il nostro protagonista è determinato a procedere fino in fondo, soprattutto per rispetto della sorella che, all’epoca in cui lo nominò procuratore generale, lo pregò di non abbandonarla mai nelle mani di altri. L’impugnazione del decreto di nomina dell’A.d.S. sta in fase di avanzata stesura.

12/1/2021 Antonio Bertinelli

Pubblicato da antoniobertinelli

Melius cavere quam pavere

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