Giustizia 2020? un incubo (34 puntata)

Il nostro ricorrente/denunciante ci ha partecipato soltanto che ha scritto la seguente lettera alla sorella: “Cara xxxxx, il prossimo mese i Servizi Sociali si presenteranno a casa di nostra madre. A motivo del tuo attuale stato di salute rischi di essere internata in qualche clinica e di morire lì, come è già accaduto a xxxxxxx. In tal caso a te non rimarrebbero più neanche i soldi per acquistare le sigarette. Ti ricordi come trattavano gli ospiti di xxxxxxxxxx? Per evitare questo rischio devi andare via da quella casa. Se mi telefoni ti vengo a prendere e ti porto ad abitare altrove. Adesso, nell’emergenza dei prossimi giorni, posso fare soltanto questo”. L’uomo non ha voluto anticiparci altro.

Probabilmente deve avere avuto sentore di sgradevoli novità e non può concederci qualche confidenza in più. Questo ci spinge a ripercorrere mentalmente la storia che stiamo narrando, ovvero una lapalissiana circonvenzione d’incapace e la sparizione di alcuni suoi beni, il tutto con i crismi forniti da alcuni “custodi della legge”.  La ricerca di aiuto da parte del figlio della vittima, estromesso dall’abitazione dai subentrati “aiutanti” della donna, gli ha procurato: un tentativo di denuncia per appropriazione indebita, un tentativo di denuncia per abbandono d’incapace ed una denuncia per simulazione di reato. Quanto è sparito da quell’abitazione per mesi e quanto ha speso il malcapitato, attingendo alle proprie risorse economiche, sono solo danni collaterali. Data la potenza di fuoco usata contro di lui, ultimo baluardo a difesa della fragilità delle due congiunte, riteniamo che il peggio debba ancora venire.

Da bambini ci insegnavano che qualunque mafia, a prescindere dalla sua denominazione, era il male per eccellenza. Quando sentivamo parlare dei misfatti di certe associazioni criminali c’era sempre qualche nome di spicco che passava di bocca in bocca lasciandoci sgomenti ora per un crimine, ora per l’altro.

Non avremmo mai pensato che in età adulta ci saremmo trovati ad assimilare alcuni ricordi con le azioni spregiudicate di certi magistrati. Nel nostro immaginario di ragazzi vedevamo i malavitosi, dediti a grassare le loro vittime, abbigliati in maniera pacchiana, incapaci di vestirsi in modo sobrio o rassicurante come appare un tailleur o un completo con cravatta. Solo da grandi abbiamo capito che l’abito non fa il monaco e la toga non è sempre garanzia di integrità morale o professionale.

Da sempre la maggior parte dei lestofanti si nasconde, opera nell’ombra, non ostenta l’impunità che, quando è assicurata da qualche funzionario corrotto inserito nei gangli istituzionali, non è gratuita, ma è ben pagata. In ogni modo se il manigoldo fa sfoggia di un qualche rango questo non si presta ad equivoci. Non ci sono travestimenti. Gli abitanti del paese sanno che un determinato notabile è soltanto un capobastone, un altro è un camorrista ed un altro ancora un padrino. Tutti sono visibilmente personaggi non posti a presidio della legalità. Quelli che decretano un’estorsione o emettono una sentenza di morte civile nei confronti di una famiglia sanno che potrebbero essere chiamati a pagarne il fio. Chi decide di vivere al di fuori della legge sa e mette in conto che rischia una sanzione, la galera o la pelle. Chi oggi svolge il suo incarico indossando la toga, non di rado per cooptazione, non si trova quasi mai nelle condizioni di dover rendere conto a qualcuno per il suo operato, qualunque sia l’aggettivo, anche spregevole, che meritano le sue azioni. Il togato ha tante di quelle garanzie per cui, comunque decida di applicare la sua personalissima idea di giurisdizione, può considerarsi dentro ad una botte di ferro. In una situazione quasi analoga viene a trovarsi chi, coperto dall’omertà o da un provvedimento di un giudice, spadroneggia a danno dei malcapitati di turno. Le prassi adottate da certe categorie incaricate per il subentro nelle responsabilità familiari, esautorando chi praticamente lo ha sempre fatto o lo fa per legame di sangue, sono applicate impunemente alla luce del sole. Lo psichiatra che redige una relazione strumentale su un soggetto debole (minore, malato, vecchio, disabile, etc.) non rischia, come l’esattore recatosi a riscuotere il pizzo per conto del boss, che qualche banda avversaria gli spari addosso a pallettoni. La storia di fine anni Novanta del secolo scorso raccontata dall’avvocato Augusto Cortelloni, prudentemente solo dopo essere diventato senatore, è emblematica. Il suo essersi fatto precursore dei temi affrontati nell’occasione ha il merito di aver aperto un vaso di Pandora dal quale continuano ad uscire drammi attuali. Quando certe costumanze vengono a galla, e questo non avviene molto frequentemente, rimangono impantanate per anni nelle maglie della malagiustizia. Mentre ne accadono sempre di nuove (e quelle più fantasmagoriche guadagnano la ribalta televisiva) constatiamo con amarezza che gli esiti di quelle accadute oltre venti anni fa, ancora in itinere, sono attualmente in Corte di Cassazione.

24/12/2020 Antonio Bertinelli  

Pubblicato da antoniobertinelli

Melius cavere quam pavere

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