vecchi pensieri 125 (Quel frinire di mezza estate)

Quel frinire di mezza estate

Si è messo in marcia un autobus chiamato Desiderio. Barak Obama è in tour nel Mid-West per recuperare i consensi di quell’America profonda, oggi a lui maggiormente ostile. La tre giorni di full-immersion sembra più dedicata alla riproposizione della sua candidatura per le presidenziali del 2012 che non all’annuncio di un nuovo piano economico generale. Ormai i suoi elettori lo hanno scoperto in disputa con i repubblicani per guadagnarsi la benevolenza di Wall Street. La sua stella è tramontata quando si sono resi conto che lo scontro di luglio sul debito pubblico riguardava esclusivamente la scelta delle tattiche per raggiungere l’obiettivo parimenti perseguito dalle due parti in causa: minore sicurezza sociale. Senza entrare nei dettagli dell’ultimo bluff, proprio grazie all’esemplare tutela che ha garantito al grande capitale, Obama, per la sua futura campagna elettorale, ha messo in cassa finanziamenti pari a più del doppio di quelli elargiti a tutti i concorrenti repubblicani nel loro insieme. Ne discende che l’uomo dello “yes we can”, al pari dei suoi avversari politici, è stato soprattutto leale al partito delle guerre di colonizzazione e a quello dei super ricchi. Le contrapposizioni ideologiche su cui hanno discettato e discettano i media mainstream sono aria fritta che non cambia il destino scelto per i popoli dal capitalismo neoliberista, dalla virata a destra della politica, tanto negli Usa quanto in Europa e nel resto del mondo americanizzato. I commentatori che non lasciano spazio alla dietrologia ci parlano di una lunga serie di inspiegabili ritirate obamiane. Senza mettere in dubbio le illusioni che potrebbe aver coltivato in buona fede prima di ottenere il mandato presidenziale, e la cosa è irrilevante, Obama non ha rimosso i tagli fiscali riservati all’upper class; non è riuscito a realizzare un sistema sanitario equo; si è rimangiato le promesse fatte ai sostenitori dell’economia “verde”; non ha attivato controlli per il sistema finanziario; non ha fatto investimenti pubblici, né ha concesso incentivi alle aziende per combattere la disoccupazione; ha salvato banche ed istituti finanziari dalla crisi, da loro stessi causata, con i soldi dei cittadini; ha permesso che si continuasse a pagare i manager bancari con mega bonus; non ha aiutato i proprietari di case ad affrontare il problema dei mutui; non ha chiuso il centro di Guantanamo; non ha fatto nulla contro la diffusione di carceri-fabbriche, dove i prigionieri vengono pagati ventitre centesimi di dollaro l’ora; ha sottoscritto l’escalation degli impegni militari in Afghanistan; ha destabilizzato il Nord-Africa; ha portato la guerra in Libia, dove il Consiglio Nazionale di Transizione e i loro funzionari sono direttamente stipendiati da un ente statunitense; se non fosse intervenuta una documentazione prodotta dal Sudafrica, qualche giorno fa si sarebbe impossessato di un miliardo e mezzo di dollari di proprietà dello Stato libico. E tutto questo mentre il sistema delle infrastrutture nord-americane sta andando in pezzi. Qualcuno ha scritto recentemente che Ronald Reagan andrebbe volentieri a braccetto con Barak Obama. E già, la fallace idea della supplì side economics tanto cara al primo ha precorso l’accomodante pragmatismo del secondo. Che l’affermazione appaia plausibile indica la preoccupante condizione in cui versano i popoli degli Usa e di tutto il pianeta, là dove schiacciati dai governi dei Chicago Boys di Milton Friedman o con l’economia reale in letargo. Come hanno dimostrato tutti i sondaggi, la maggioranza della popolazione americana era nettamente contraria ad un accordo sul tetto del deficit pubblico basato esclusivamente su tagli alla spesa, mentre era favorevole a nuove tasse per grandi aziende e redditi elevati. Invece repubblicani e democratici hanno risposto alle istanze dell’élite economica e finanziaria a stelle e strisce. L’accetta sulla spesa pubblica a detrimento della struttura sociale, con il venir meno dei programmi di assistenza, che avevano finora alleggerito almeno in parte le pene di milioni di persone, costrette a pagare il conto della crisi, è un imperativo che echeggia da Washington a Bruxelles, passando ovviamente anche per Roma. Quella sorta di kinderhaus costituita dalle agenzie di rating e dalla deregolamentazione finanziaria non fa altro che aggravare la situazione in cui versano i cittadini più deboli dei singoli Stati. La sottomissione dei politici ai poteri forti è il carburante della speculazione e può fare da detonatore a movimenti insurrezionali. Ipotizzare che questo non sia stato già previsto è una pia illusione. In Italia, mentre si continuava a trasformare il Paese in una babilonia ad uso e consumo privato, dove una società di capitale su due è formalmente in perdita o ha reddito nullo, prima di pigiare il piede sull’acceleratore di “riforme” idonee a perfezionare l’espropriazione della sovranità popolare, è stata varata la legge n. 85/2006. Per consentire il raffronto riportiamo il vecchio art. 241 del codice penale:”Chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l’indipendenza dello Stato è punito con l’ergastolo. Alla stessa pena soggiace chiunque commette un fatto diretto a disciogliere l’unità dello Stato, o a distaccare dalla madre Patria una colonia o un altro territorio soggetto, anche temporaneamente, alla sua sovranità” e la modifica apportata con detta legge: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti violenti diretti e idonei a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l’indipendenza o l’unità dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni. La pena è aggravata se il fatto è commesso con violazione dei doveri inerenti l’esercizio di funzioni pubbliche”. Come negare che in Parlamento esisteva da tempo la consapevolezza di avere abbandonato gli Italiani alla dittatura dei mercati, delle banche e delle corporations? Se la disapprovazione dei popoli travolti dalla crisi e dalla depressione ha marciato sui binari della contestazione pacifica, visti gli insuccessi inanellati fino ad ora un pò dovunque, con un modello di sviluppo economico che arricchisce i ricchi ed impoverisce i poveri, non sono da escludere i rischi di tumulti. Dentro la crisi di questo capitalismo i luoghi della trattativa prima si sono ristretti e poi sono scomparsi del tutto. E’ lecito pensare che i timonieri dei governi nazionali, quelli che impongono manovre finanziarie tali da spezzare le ossa ai lavoratori e non intendono cambiare rotta, coloro che esorcizzano i conflitti sociali invocando le categorie del teppismo, abbiano già messo largamente in conto delle rivolte. La storia ci narra di rivoluzioni che, catturate da minoranze preparatesi in anticipo come alternativa ai tiranni, non hanno dato i risultati auspicati. La ribellione spontanea e radicale, lo scontro frontale in piazza, senza teste pensanti libere dalla rabbia, senza un unico ed unanimemente riconosciuto catalizzatore politico, senza (nell’accezione del termine) coscienza di classe, avrebbero di sicuro un epilogo infausto. In un contesto di tal fatta, che a volte sembra si voglia proprio far esplodere con la miccia di scelte socio-economiche-politiche apparentemente dissennate, la farebbero da padroni provocatori, infiltrati, servizi d’intelligence, polizie ed eserciti. E’ vero che l’ultima manovra finanziaria colpisce ancora una volta le categorie odiate dai nani che l’hanno redatta, è vero che non esiste più un partito in grado di rappresentare gli interessi dei più o, meglio, quelli degli oppressi, è vero che la “casta” ha oltrepassato ogni limite di decenza, sia nell’appagare la propria bulimia che l’avidità dei suoi mandanti, ma il compiacimento da scrivania o da salotto per lo spontaneismo insurrezionale, probabile, forse inevitabile, dagli esiti piuttosto scontati, non ci sembra un punto d’arrivo.

Antonio Bertinelli 17/8/2011

Pubblicato da antoniobertinelli

Melius cavere quam pavere

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: