vecchi pensieri 21

Accidere ex una scintilla incendia passim

La dichiarazione d’indipendenza dalle colonie britanniche, proclamata il 4 luglio 1776, afferma, insieme ai diritti alla vita e alla libertà, anche il diritto alla ricerca della felicità. La vecchia carta è la pietra miliare dell’American Dream, ovvero la convinzione che attraverso il lavoro, il coraggio e la determinazione sia possibile raggiungere l’agiatezza economica. H. Alger, con i romanzi in cui narra di persone povere ed emarginate assurte successivamente al successo, contribuì alla diffusione nella cultura popolare del Sogno Americano. Le storie di personaggi come A. Carnegie e J. D. Rockefeller fecero il resto. Oggi, negli USA, dove convivono mille contraddizioni, dove un’infinità di cittadini stanno perdendo il lavoro, le loro case, i loro risparmi e per tutti coloro che non hanno assistenza medica è ancora possibile poter dire “I still have a dream, it is a dream deeply rooted in the American Dream”? Forse lo possono ancora dire tutti quelli che si sono arricchiti con l’espansione dei mercati o attraverso il castello di carta finanziario, e magari avvalendosi di quanto riportato su “Le Livre Noir du Communisme: Crimes, Terreur, Répression”. Ma è un’operazione storicamente corretta assimilare l’utopia marxista allo Stalinismo e ai regimi successivi, con la relativa nomenclatura che viveva nel lusso gravando sui cittadini sovietici? Se è vero che le ideologie politiche sono un armamentario superato è altrettanto vero che la concentrazione di capitale è ormai diffusa su scala mondiale ed ha proceduto lungo le linee anticipate da K. Marx. Anche se non si condivide nulla delle sue teorie, bisogna dargli atto che è riuscito a preconizzare l’epilogo del nostro modello di sviluppo economico con largo anticipo. Molti di quelli che nell’URSS rappresentavano la casta dominante e parassitaria, dopo la caduta del muro di Berlino, hanno abbracciato apertamente la logica degli affari. Tutti i limiti della vita sovietica erano già stati ingigantiti per decenni al fine di dimostrare che non c’è alternativa al capitalismo. La sua vittoria finale non ha però inaugurato una nuova era di pace e di tranquillità. Ci hanno lasciato credere che i conflitti sarebbero stati sempre meno e comunque facilmente governati dai vincitori, ma non è andata così. Negli anni ’90 venne meno il welfare, l’economia russa cadde in una profonda depressione, le morti legate all’abuso di alcool aumentarono del 60%, i decessi per infezioni e malattie trasmesse da parassiti aumentarono del 100%. Il crollo finanziario del 1998, unito al declino del PIL, fu grave quanto quello scaturito in USA durante la Grande Depressione. Nel contempo una schiera di banchieri si è impadronita di tutta l’economia, i nuovi padroni posseggono industrie televisioni e miniere. L’”impero del male”, attraverso la metamorfosi dell’economia, è finito all’asta. Il sistema russo è approdato a un capitalismo anarco-feudale e, in assenza di un brusco cambio di rotta, è verosimile che la Russia possa diventare una sorta di Repubblica sudamericana, dove il 90% della popolazione sopravvive a stento. L’Italia odierna segna il passo e rischia di tornare indietro, se non si trova il modo di far ripartire l’economia reale e soprattutto il modo per arginare quel capitalismo predatorio voluto dalla globalizzazione e a cui strizzano l’occhio non pochi imprenditori italiani, le chiacchiere servono a poco. I beni pubblici sono stati svenduti, le aziende blasonate sono finite nelle mani di pochi, il sistema, che dovrebbe perseguire la riduzione delle ineguaglianze e l’integrazione sociale attraverso una redistribuzione del reddito nazionale, non riesce più a garantire un soddisfacente livello di vita a parecchi milioni di cittadini. Non abbiamo iniettato risorse nei settori dell’istruzione della sanità e della ricerca. A fronte di un’Italia laboriosa e creativa di piccole e medie imprese, non abbiamo grandi holding statali che, pur avversate dal liberismo senza freni, oggi sarebbero l’unica possibilità per ridare vita al settore industriale. Abbiamo assistito prima all’occupazione dello Stato per rafforzare i partiti e creare clientele, poi al suo progressivo smantellamento. Non è che oggi sia auspicabile un suo persistente interventismo, ma con le privatizzazioni si è buttato via anche quello che c’era di buono. La Russia ha da tempo il suo nuovo zar. Durante il regno di V. Putin si sono chiusi i giornali di opposizione, normalizzate le televisioni anti-governative, espulsi, esiliati o arrestati gli oligarchi più influenti dell’epoca eltsiniana, espropriati dei poteri i governatori delle regioni e di altri enti federali. Putin ha eseguito un vero capolavoro, ha assorbito tutte le funzioni politiche nelle mani forti del capo senza apparire come un prevaricatore, anzi, dando l’impressione di agire nella legalità. Ultimamente, per tutelare i propri interessi in campo energetico, ha infine invaso la Georgia. La Russia ha enormi ricchezze naturali, tra cui petrolio e gas, che a noi mancano. Gli USA hanno ormai un nuovo Presidente e un potente apparato militare. Noi abbiamo solo S. Berlusconi che non fa mistero della sua amicizia con l’ex uomo del KGB e non perde giorno per esortarci all’ottimismo. Le “cassandre” che scrivono su qualche blog o conducono qualche trasmissione televisiva non contano; fanno folklore ed inoltre sono utili per dimostrare la magnanimità del Capo di Governo. Peccato che a disturbare la pace di corte sia arrivato P. Guzzanti e poi si sia aggiunto G. Fini nel prendere le distanze dal Cesarismo.

Antonio Bertinelli 28/11/2008

Pubblicato da antoniobertinelli

Melius cavere quam pavere

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