vecchi pensieri 20

Onore e Vergogna, la “Rivoluzione” di Paolo Guzzanti

E’ di questi giorni la farsa relativa alla nomina del presidente della Commissione di Vigilanza RAI. Vicende vecchie o nuove, come quella relativa al pizzinu passato all’avversario politico, durante la trasmissione “Omnibus” su La7, anche se appaiono come quisquilie rispetto ad altre e più gravi priorità, sono comunque indicative del deterioramento che affligge l’attività istituzionale nel nostro Paese. Sbigottisce il blog di Paolo Guzzanti che, tutto ad un tratto, spinto quasi da un ardore rivoluzionario contro quella che ritiene un’insopportabile autocrazia, si propone ultimamente come vox populi, o più semplicemente come riferimento per tutti coloro che amano camminare con la schiena dritta. Eppure il silenzio dei suoi colleghi, l’assenza di colpa e di vergogna sulle facce di gomma che appaiono nei salotti televisivi, il nuovo tentativo di imbavagliare il web (“Salva Blog” di R. Cassinelli), l’assenza di responsabilità per le proprie azioni, i coltelli già sguainati per un cambio di leadership nel PD, la larvata dittatura che si delinea all’orizzonte tra un inciucio e l’altro, non sorprendono più di tanto. Gli italiani non hanno più la capacità d’indignarsi. Questo non è più un Paese che conosce il dovere civico. Le inestirpabili abitudini di corrotti e corruttori fanno si, per dirla alla Guzzanti, che la mignottocrazia sia percepita come normale. Ma dove sono finiti il senso dell’onore e i freni della vergogna? Il termine onore richiama molteplici aspetti ed è certamente legato a tutti i valori portanti di una determinata società. L’accezione che ci interessa si lega alla virtù politica per eccellenza, alla morale pubblica, all’onestà e al socialmente lodevole. Pur se in precario equilibrio sulla linea di confine tra l’essere e l’apparire, riteniamo, nel condividere quanto affermato da J.J. Rousseau e D. Diderot, che l’onore sia un elemento indispensabile per il funzionamento e la proiezione nel futuro di qualsiasi raggruppamento umano. L’episodio che nel 2007 ha visto protagonista il governatore della Bundesbank fotografa icasticamente, e in negativo, la nostra diversità. Avendo accettato di essere ospite in albergo della Dresdner Bank, istituto soggetto al suo controllo, Ernst Welteke, criticato per questo dalla stampa, si è tempestivamente dimesso dall’incarico. Non ha neanche atteso la possibilità di vedersi incriminato per la sua leggerezza. La cultura della vergogna è propria delle società ricche di valori condivisi, dove è forte la percezione dell’identità e dell’appartenenza. Per inseguire i vantaggi di un arrivismo senza limiti e, nel contempo, autoassolutorio, in Italia, nessuno sembra più conoscere quel sentimento imbarazzato che fa da ponte tra la colpa e l’orgoglio. Una volta, quando sull’onorabilità venivano costruite una vita, una famiglia, una carriera, i destini di un’azienda e dei progetti genitoriali, la paura di perderla era un energico freno rispetto alla tentazione di violare le regole. Oggi, i magistrati che non si fanno problemi nell’ignorare alcune leggi, diventando a volte parti in causa, i politici che non si curano di perdere la faccia con scambi impropri e i giornalisti che dribblano sulle notizie scomode non scandalizzano quasi più nessuno. Le revisioni normative, i comportamenti disinvolti dei furbi e il narcisismo diffuso contribuiscono al dissolvimento di tutti quegli stati d’animo connessi alla vergogna. Secondo J. Braithwaite, la consapevolezza della decenza è il più grande strumento esistente per il controllo del comportamento, dunque le persone senza remore sono individui capaci di tutto. Con buona pace di P. Guzzanti, che non ha di certo i mezzi per costituire un Comitato di Salute Pubblica, se c’è la certezza di farla franca, garantita dalle leggi, dai media e dalle inveterate consuetudini di chi troneggia, si può imporre la consegna del silenzio anche sulla cruenta invasione della Georgia, come su tutti gli altri argomenti “sensibili”.

Antonio Bertinelli 22/11/2008

Pubblicato da antoniobertinelli

Melius cavere quam pavere

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