vecchi pensieri 19

Blindature legislative e decisionismo

La tecnica è sempre la stessa, si mette in moto l’apparato mediatico di cui si dispone per catturare il consenso delle masse e poi si sferra l’attacco finale. Per l’Istruzione Pubblica, anche se venivano suonati tasti diversi da quelli attuali, le stesse modalità operative che si stanno mettendo in atto oggi sono state adottate dalla sinistra, a datare dagli anni Settanta. Prima di passare all’instaurazione di criteri formativi opinabili, gli insegnanti sono stati screditati, i loro metodi didattici e valutativi sono stati irrisi ed è stato dissacrato il loro ruolo sociale. Tutti retrivi, incompetenti, fannulloni, inguaribili vacanzieri e pure “maneschi”. La critica sistematica, protratta per anni, ha sfiancato anche i più coriacei ed ha finito per tramutare chi non fa l’insegnante per caso in un oscuro missionario, la cui gratificazione inizia e finisce solo là dove raccoglie in tutta riservatezza i frutti del suo lavoro. Lasciato allo sbaraglio, senza altri strumenti che il suo personale carisma e la sua preparazione professionale, rischia quotidianamente di venir preso di mira da qualche TAR, di essere sottoposto a visita ispettiva o trasferito d’ufficio; non è raro che finisca processato da qualche tribunale per eccesso di zelo deontologico. Quasi tutti gli under 40 sono precari, sia nella conservazione della sede di servizio che per il tipo di rapporto contrattuale sottoscritto. La diffusione del sei politico negli istituti e del diciotto nelle università è anche la logica conclusione di direttive, più o meno esplicite, che suggeriscono di valutare positivamente un non meglio specificato “sapere minimo”, è il frutto di un contesto culturale tollerante, matrizzato, fluido, in altre parole deregolamentato, più disponibile al soddisfacimento di bisogni immediati che propenso al sacrificio personale, quale passaggio obbligato per ottenere risultati migliori nel futuro. Malgrado i gravi disagi che l’affliggono da molto tempo, la scuola fornisce centri di aggregazione pomeridiana, corsi di sostegno, attività integrative, effettua sperimentazioni, combatte con la rigidità dei revisori dei bilanci, conta molto sull’impegno spontaneo e non retribuito di numerosi maestri e professori. Pur essendo parte di una società che sembra votata ad un irreversibile declino, fornisce quelle che potrebbero essere definite le truppe migliori schierate al fronte contro l’avanzata del deserto morale. Là dove gli insegnanti tentano di porre un argine all’ulteriore scadimento dei comportamenti o sono più “tirati” del solito nell’accordare promozioni, arrivano le famiglie per rimodellare la scuola secondo le loro personali esigenze. La scuola, già guardata con sufficienza in quanto portatrice di idee in antitesi con i disvalori presenti e coltivati al suo esterno, deve fare i conti con i “nuovi” genitori. Basta poco per subire denunce e ricorsi. Sicuramente non fa scalpore, né aumenta l’audience l’abnegazione di tanti insegnanti, meglio far leva sui peggiori pruriti e parlare della “porno professoressa”; meglio strillare la notizia relativa all’istituto dove qualche studente è stato sorpreso a fumare spinelli nei bagni che evidenziare quello dove uno stimato professore è stato deferito all’autorità giudiziaria (e condannato) per aver tentato di “sequestrare” un cellulare; meglio non rilevare l’eccellenza della scuola di base (ai primi posti delle classifiche internazionali) e parlare genericamente di stipendificio; meglio non stigmatizzare la fuga dei cervelli italiani e fare i giochetti di prestigio con le statistiche; meglio non distinguere e mettere tante diverse realtà nello stesso calderone: istruzione primaria, istruzione secondaria e università (ottime o mediocri che siano). E’ del tutto evidente che sia ormai indilazionabile una rigenerazione della scuola, delle università e della famiglia per il recupero di quel sistema valoriale che la stessa politica rifiuta, ma questo non si ottiene con la demagogia. Sono certamente pochi i docenti che, per partito preso, potrebbero dirsi contrari al criterio meritocratico e al titolo di studio tecnicamente spendibile nel mondo del lavoro; quanti potrebbero dissentire dall’impiego quinquennale dei libri di testo, dalla valorizzazione del ruolo docente, da un appropriato orientamento del corso di studio, dal reinserimento nei programmi dell’educazione civica, dal ripristino del voto di condotta punitivo, dalla chiusura delle “parentopoli” presenti in alcuni atenei e da una migliore razionalizzazione della spesa? Dietro questi equilibrismi comunicativi sembra però che si celino altri intenti. Anche se nessuno si è spinto a definire “riforma” i provvedimenti presi, resta il fatto che, sic et simpliciter,  è stato messo in programma solo un taglio di otto miliardi per le risorse destinate alle scuole e alle università. Va detto, per inciso, che il titolo di studio, grazie alle dinamiche economico-sociali degli ultimi anni, ha perduto spessore quale strumento di collocazione nel mondo produttivo. Ci sono in giro giovani laureati che vagano in cerca di una prima occupazione, e quando trovano lavoro, lo stesso è quasi sempre “a termine”. E’ vero che esistono università nate per motivi diversi da quelli che dovrebbero essere i loro compiti istituzionali, ma non si può sottacere che i bilanci universitari ricevono fondi statali nettamente inferiori a quelli che ricevono in media le altre università europee. Lo Stato, attraverso le cartolarizzazioni, ha precedentemente rinunciato a sapere di quali beni fosse in possesso svendendo buona parte degli stessi per fare cassa. Ora, rinunciando a conoscere dettagliatamente cosa serve per migliorare l’offerta di Istruzione Pubblica, attraverso i suoi nuovi rappresentanti politici, vuole consentire che le università diventino fondazioni. Vuole consegnare le stesse nelle mani di banche ed imprese in modo tale che la formazione venga rigorosamente basata sulle esigenze delle aziende partecipanti alla loro amministrazione. In caso di perdita del posto di lavoro cosa farebbe poi il laureato istruito secondo le direttive delle imprese che gestiscono la fondazione? Ma questa è solo una delle tante obiezioni che si possono muovere alla legislazione d’urgenza con cui si affrontano temi e problemi che richiederebbero tempi e competenze diverse da quelli fin qui spesi, e non certo il piglio decisionista di un imprenditore. I problemi connessi al diversificato pianeta istruzione sono tutt’altro che risolti; è ora che si accantonino sia le opposizioni rituali che le sicumere di chi, interessato a raggiungere altri obiettivi, si propone come docimologo o psicopedagogista, pur non avendone i titoli. Facimme ammuina, dicono a Napoli, e così la grancassa mediatica al seguito dell’antipolitica, magari discettando sull’utilità dei grembiulini o sull’immediatezza dei voti espressi in decimali, sostiene una sorta di macelleria sociale appellandosi alla necessità di un cambiamento, peraltro non procrastinabile sine die, anche se differenziato per ordine e grado d’istruzione. Il Paese brulica di annuitori televisivi e di cronisti sempre pronti a saltare per primi sul carro del vincitore. Nella nostra democrazia, affetta da sindromi politumorali, non ci sono più posti vacanti per vassalli, valvassori e valvassini, ma quanto è accaduto fino ad oggi, se sopravvive ancora un residuo di etica nella governance della cosa pubblica, nel redigere un editoriale o nel condurre un salotto televisivo, deve essere solo l’incipit di un discorso che va articolato compiutamente e senza panegirici. E questo va fatto nell’interesse di tutti quegli studenti che, senza ricorrere alle vecchie categorie della politica, fianco a fianco sulle piazze, senza farsi irretire dai pifferai, hanno chiesto di non essere sacrificati sull’altare del business. E’ un dovere verso tutti quei giovani che vogliono oltrepassare la cortina di superficialità diffusa nei mass-media e dai sondaggi truccati per intravedere il loro orizzonte esistenziale. I rettori di Brescia e di Torino, che dirigono atenei prestigiosi, hanno minacciato di dimettersi. Forse altri seguiranno. Siamo convinti che vadano eliminati gli sprechi, il bullismo, il voto politico, la burocrazia inutile e le baronie, ma lasciamo stare l’americanismo. Ne abbiamo importato fin troppo, e della specie peggiore, in ambito finanziario, negli assetti familiari con annesso divorzificio e persino nel campo dell’istruzione.

Antonio Bertinelli 2/11/2008

Pubblicato da antoniobertinelli

Melius cavere quam pavere

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