Mentre il Paese affoga nell’immoralità onnipervasiva e nella sofferenza dei più fragili, non potendo ingabbiare il pensiero libero, ignorando le gravi e numerose lacerazioni del tessuto sociale, senza provvedere almeno a qualche loro rammendo, senza cercare soluzioni sul piano del dibattito dialettico, con particolare grettezza, si dà la stura alla creazione di nuovi reati, agli inasprimenti delle pene, alla “criminalizzazione” della parte debole della cittadinanza e all’oppressione del dissenso politico. Mentre la TV, giornalmente, ci dà in pasto tanta cronaca nera puntando alla visceralità dei telespettatori, alcune forze eversive, con tutta la potenza della tecnologia di cui dispongono, tra un dossieraggio e l’altro, senza essere oggetti di particolari attenzioni mediatiche, agiscono apertamente anche in spregio dei dettami costituzionali, nel loro esclusivo interesse e a detrimento del bene comune. Un po’ ovunque, anche in ambienti istituzionali, vale la locuzione pecunia non olet. In Italia si fanno persino i processi per inguaiare degli innocenti ritenuti pericolosi per il regime o fastidiosi per alcune congreghe psico-socio-giudiziarie. Gli avvocati che non si prestano a diventare compari nel malaffare vengono severamente puniti dal sistema. Là dove tutto è possibile è stato stabilito che la ragnatela delle “tutele” deve produrre affari e beni a spese dei “beneficiati” giudiziali e della solidarietà familiare. I metodi per arrivare a massimizzare i profitti sono quelli che consuetudinariamente impiegano le associazioni mafiose. Gli avvocati che osteggiano l’opera dei sodalizi delinquenziali all’uopo costituitisi rischiano le bocciature sistematiche delle istanze che presentano, denunce penali e deferimenti al consiglio distrettuale di disciplina dell’ordine. Così il diritto cede il passo alla protervia. Dopo essere rimasti scossi da queste esperienze, quanti avvocati continueranno a rimanere irreprensibili nel tutelare gli interessi dei loro assistiti? Quanti si adegueranno all’andazzo? Ce lo domandiamo perché il nostro amico, nel corso della sua poliennale persecuzione giudiziaria, ha dovuto cambiare quattro legali “addomesticati”. Il quinto, particolarmente corretto nel patrocinare il suo assistito, ha avuto la vita difficile a causa della propria incorruttibilità. Le maniere di chi ha il potere per farlo, nel rapportarsi con i rarissimi avvocati professionalmente inappuntabili, finiscono in ultimo per ledere pure il diritto alla difesa previsto dall’art. 24 del dettato costituzionale. Disgraziatamente dal cilindro di determinati magistrati italiani escono provvedimenti che insultano il diritto nazionale ed il diritto internazionale. Augurandosi che i tentacoli del racket non arrivino pure a Strasburgo il protagonista della storia che stiamo raccontando ha fatto ricorso alla CEDU.
———————————————————————————————————–











16/4/2025 Antonio Bertinelli