L’unica novità che riguarda il protagonista della nostra storia è l’avvicinarsi dell’appuntamento con la Corte di Cassazione. L’udienza “digitale”, altro tributo pagato dai “clienti” dell’amministrazione della giustizia ai cambiamenti voluti da coloro che possono tutto, è fissata per il 23/1/2024. In attesa di nuovi sviluppi volgiamo così la nostra attenzione altrove.
Questa è una delle ultimissime esternazioni di Donald Trump, su cui aleggia lo spettro di una poderosa e mai vista azione giudiziaria: “Nessuno dei leader mondiali è così malvagio e malato come i delinquenti che abbiamo nel nostro Paese”. Il tycoon americano, accerchiato dai processi, dimentica che viviamo in un mondo dove il contrattualismo teorizzato da Jean Jacque Rousseau, ovvero l’idea che alla base dell’associazionismo politico vi sia un accordo razionale e convenzionale, che permette di superare la legge del più forte, non ha più sostenitori lì dove maggiormente servirebbero. Al posto degli Stati sovrani sono subentrati amministratori di grandi società, azionisti di multinazionali, finanzieri e banchieri. E’ vincente il finanzcapitalismo, un mega-apparato allestito con l’intento di ottimizzare il valore spremibile sia dagli esseri umani che da qualunque risorsa naturale. Nel contesto della civiltà occidentale anche l’esercizio della giurisdizione sembra essere stato rimodulato secondo criteri non del tutto intellegibili e desiderabili dai più, incluso il sempre problematico rapporto tra la politica e la magistratura. Benjamin Netanyahu, a cui la comunità internazionale pur consente la sistematica distruzione della striscia di Gaza e del Popolo palestinese, è invece sotto processo per corruzione. Luiz Lula da Silva è stato condannato in due processi per corruzione ed è stato in cella per 580 giorni. L’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha avuto diversi guai giudiziari. Il figlio del presidente degli Stati Uniti Joe Biden è stato incriminato per nove reati fiscali. Marine Le Pen è stata rinviata a giudizio per appropriazione indebita di alcuni fondi europei. Nicolas Sarkozy è già incorso in problemi con la giustizia: nel 2021 è stato condannato a tre anni di carcere per corruzione e pressioni indebite. L’ex capo di Stato francese sarà processato nuovamente, nel 2025, per rispondere delle accuse di concussione, associazione a delinquere, finanziamento illecito della campagna elettorale e gestione indebita con l’occultamento di fondi pubblici libici. Emmanuel Macron è finito nel mirino di due indagini giudiziarie con le accuse di “favoritismo” e “finanziamento illecito della campagna elettorale” del 2017. Il Tribunale di Vienna ha rinviato a giudizio l’ex Cancelliere d’Austria Sebastian Kurz in seguito a due scandali che hanno coinvolto i suoi governi. Particolarmente dura è stata la carcerazione in Belgio della vicepresidente dell’europarlamento Eva Kaili a causa delle borse piene di contanti ritrovate nella sua abitazione. Altra recente indagine per corruzione ha riguardato il ministro portoghese António Costa Silva, titolare del dicastero per lo Sviluppo Economico. In questi giorni il parlamento albanese ha approvato la richiesta della Procura onde acquisire l’autorizzazione per l’arresto dell’ex premier Sali Berisha. Tornando in Italia, il Parlamento, l’ultimo eletto, annoverava quaranta membri tra indagati e condannati. C’è o non c’è un corto circuito tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario nelle cosiddette democrazie avanzate? Ha ragione Donald Trump a ritenere che negli Usa sono operativi i peggiori lestofanti in assoluto? L’ex presidente degli Usa ha puntato il dito contro il “sistema giudiziario corrotto, diventato ormai illegale”. Ha aggiunto: “Non ho mai pensato che una cosa del genere potesse accadere in America”. Non ci convince del tutto l’”ingenuità” del quarantacinquesimo presidente statunitense e saremmo maggiormente interessati a conoscere la percentuale di magistrati, in servizio nei loro diversi paesi, che si conformano ai dettami di chi, là dove essi vivono, detiene veramente il Potere. Vorremmo conoscere il numero delle toghe che non disdegnano, su richieste “irrecusabili”, di firmare ordinanze, decreti e sentenze prêt-à-porter. Non ci appare credibile che la feccia dell’umanità sia tutta concentrata negli Stati Uniti. Dove vige il liberismo sfrenato, dove si applica generalmente la deregolamentazione di qualunque genere d’affari, stritolando i ceti più deboli, non è raro che gruppi di malviventi, più o meno organizzati, soppiantino le istituzioni. E’ verosimile che i processi di acculturazione, in alcuni casi addirittura di inculturazione, derivanti dalla globalizzazione e sostenuti da potenti think tank sovranazionali, uniformino la “specificità” prevaricatrice di certi magistrati, che dunque ci appaiono come voltagabbana, collusi, corrotti, spregiudicati arrampicatori e ben orientati ideologicamente. Non serve stilare un elenco dei numerosi “strani casi” giudiziari che si verificano immancabilmente in giro per il mondo occidentale, ora qua, ora là. Basta pensare all’Australia, al Regno Unito, agli Stati Uniti e alla Svezia, paesi che hanno impiegato tutta la potenza dei loro apparati al fine di incalzare Julian Assange, per capire che dietro a tali fatti, come ad esempio la mole di manipolazioni che taluni inquirenti hanno fatto, portando forzosamente il procedimento verso l’accusa di stupro, c’è il preoccupante declino dei diritti fondamentali di ognuno di noi e la cancellazione effettiva di tutti gli strumenti tipici delle democrazie. La frequenza con la quale i politici occidentali finiscono sotto indagine e sotto processo lascia di sicuro attoniti. Sarebbe semplicistico liquidare la faccenda dicendo che tutti i politici sono costituzionalmente ladri e dunque sulla loro strada trovano logicamente delle inflessibili toghe pronte a contrastare il loro disegni. Fare ipotesi sul fenomeno sarebbe azzardato. L’unica cosa che emerge, a prescindere dai singoli ed articolati epiloghi giudiziari, è che i politici odierni sono assimilabili a delle comparse ingaggiate a tempo determinato, individui spendibili ed intercambiabili per ogni occasione, soggetti che non debbono mai diventare interlocutori forti e stabilmente ancorati negli ambienti che contano. La pressione esercitata da certa magistratura, quando necessario, potrebbe servire al continuo ricambio di leader “usa e getta”. Ciò mentre dietro al trono continua a persistere l’ombra. Vero è che i trentasette capi d’imputazione di Donald Trump farebbero impallidire gli uomini più coraggiosi ma, mutatis mutandis, fatte le dovute proporzioni, anche il nostro amico, ricorrente in Cassazione per rilevanti violazioni di diritto, poi finito, in tempi successivi, a dover rispondere di quattro capi d’imputazione, non ha di che stare allegro. Non conosciamo la realtà degli Usa per replicare all’apoditticità trumpiana con cognizione di causa, ma possiamo invece dire che l’Italia, terra da decenni in mano a numerose gang di briganti, per quanto concerne delinquenti malvagi e mafie ben radicate, perlomeno in Europa, non sembra essere seconda a qualcuno. Tra le fila dei magistrati, oltre a quelli nei cui confronti vanno espressi apprezzamento, solidarietà ed incoraggiamenti per mai demordere, ce ne sono anche con un diverso genere di sensibilità. Ci sono quelli che non tengono conto della legge Cirinnà (vedi la storia di Barbara Pavarotti). Ci sono quelli che, in tema di assegno divorzile, dimenticando gli artt. 143, 156 e 433 del codice civile, oltre a cinquanta anni di giurisprudenza consolidata, equiparano convivenza e periodo matrimoniale. Ci sono quelli che, senza compenetrarsi nel particolare stato emotivo di colui che subisce una rapina, dispongono una pena veramente eccessiva. Ci sono quelli che “cacciano” di casa i suoceri anziani, i quali avevano ospitato la donna, successivamente separatasi dal compagno. Ci sono quelli che comminano una pena da paura ai “fascisti” che osarono invadere la sede della Cgil nel corso di una manifestazione organizzata contro le estreme misure di contenimento per la pandemia di Covid-19. Ci sono quelli che impongono l’AdS all’ex marito prodigo. Ci sono i frequenti procedimenti per reati sessuali (qui i nordamericani ci superano senz’altro) e per violenza di genere. Quasi sempre tali procedimenti prendono di mira uomini facoltosi, atleti di successo o rampolli di famiglie agiate. Ci sono gli abomini del “codice rosso” che, solo sulla parola di chi accusa, senza disporre di una pur minima prova, vedono erogare immediate e pesantissime sanzioni. Per lo “scusi tanto, ci siamo sbagliati” (che arriva nel 90% dei casi) c’è sempre tempo. Un capitolo a parte meriterebbe quello che, d’emblée, sembra il mero esercizio di un potere dispotico, ovvero la disamina dell’armamentario penale impiegato sfrontatamente da certi amministratori di sostegno esogeni e da certi giudici tutelari contro i familiari e gli amici (regolarmente criminalizzati se “resistenti”) dei “beneficiandi/beneficiati“, attenzionati dai procedimenti di volontaria giurisdizione. Queste inchieste, che portano gravi danni personali per i quali nessuno mai pagherà, che già per la difesa degli “inquisiti” costano loro un occhio della testa, quanto costano inoltre alla comunità? Per colmare la misura, un certo tipo di giustizia, attraverso l’interpretazione della legge n. 6/2004, per l’amministrato pregna di limitazioni totalizzanti, riduce il già maltrattato dettato costituzionale ad effigie, a simbolo di circostanza, a santino da esibire e da adorare soltanto nel corso di vuote celebrazioni rituali.
29/12/2023 Antonio Bertinelli