Giustizia 2021? un incubo (80 puntata)

Il passaggio dalla libertà alla galera è un evento nefasto che può sconvolgere la vita. Lo è già quando si ha il dubbio di avere commesso qualche reato, figuriamoci se si ha la certezza di non avere nulla a che fare con quanto ci viene addebitato. Eppure l’art. 123 c.p.p., che regola le dichiarazioni e le istanze di soggetti detenuti ed internati, non contempla alcun avviso al difensore di fiducia scelto dall’incarcerato. L’avvocato avrà formalmente notizia della nomina da parte dell’autorità giudiziaria che sta agendo solo al momento della notifica del primo atto che impone l’avviso al difensore. E’ così che funziona ancora oggi il diritto alla difesa. E’ già sufficiente questo dettaglio per comprendere il livello di civiltà giuridica che abbiamo raggiunto. L’art. 27 della Costituzione afferma che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. In realtà non è così; frequentemente la costruzione del “mostro” procede velocemente e senza fornire riscontri oggettivi di una possibile colpevolezza. Nei procedimenti relativi alla famiglia che si trova a vivere situazioni problematiche , il presunto reo (se non c’è lo si crea) è ritenuto subito tale. Pagherà il prezzo di questa presunzione e non recupererà mai più sia la condizione psichica che quella patrimoniale preesistenti alla sua frettolosa incolpazione. A volte accade, fin troppo spesso, che il “malvagio” sia invece un uomo onesto al quale sono stati tolti in pochi minuti rispettabilità, affetti e occupazione. Della sua innocenza e del suo calvario, quando va bene, forse si saprà dopo alcuni anni. Il diritto dovrebbe essere l’insieme di norme e principi, che disciplina e salvaguarda, su basi d’imparzialità ed in modo cogente per tutti, la vita di relazione e la condotta dell’essere umano nella società. Lo stravolgimento del diritto così come lo abbiamo conosciuto ha marciato su due linee parallele: l’attività legislativa e quella dell’ideologizzazione dell’attività giurisdizionale. Con il passare degli anni il legislatore ha sempre di più privilegiato gli interessi particolari a discapito di quelli generali (approvazione di leggi “ad personam” e “ad aziendam”). Di pari passo è stata messa in atto un’opera capillare di catechesi dei magistrati per asservire la giustizia a logiche di partito (rimozione di riferimenti consuetudinari, abbattimento di vecchi pilastri culturali e distruzione del tessuto sociale). Attualmente molti nostri concittadini puntano sul risultato dei sei quesiti referendari sperando di poter migliorare la situazione della giurisdizione. Il meccanismo che sembra agire nella testa dei sostenitori del referendum ci appare di tipo compensativo, un’àncora di tipo psicologico, cioè una maniera per superare il senso d’impotenza in quanto cittadini di un Paese che, a trenta anni di distanza dal repulisti generale operato da “Tangentopoli”, vive in condizioni complessive di disagio, condizioni che vanno al di là di ogni più pessimistica aspettativa. Oltre che di speranze referendarie si fa un gran parlare di riforma della giustizia, ma chi ha titolo per scrivere e rendere operanti le prossime novità in tema? Tra le innovazioni che spuntano all’interno del disegno di legge delega contenente la riforma del processo civile vi è quella contenuta in un emendamento allo stesso d.d.l. 1662. E’ l’intenzione di istituire il tribunale per persone, minorenni e famiglie al quale verranno affidate le competenze civili, penali e di sorveglianza ora attribuite al tribunale per i minorenni, nonché tutte le materie riguardanti la famiglia, le separazioni o il divorzio. L’epifania dovrebbe, tra l’altro, fare riferimento alle idee che stanno alla base della Convenzione di Instanbul. Nel quadro politico poco “eroico” di sempre, con tutti i parlamentari solitamente ondivaghi, bisogna aspettarsi qualche agguato al d.d.l. citato. Nel discutere di modifiche al processo civile non è da escludere che qualcuno tenti di far passare degli emendamenti “eversivi”, ovviamente spacciati per esigenze d’interesse comune. La tecnica del colpo di mano è tipica dei decreti omnibus, vero e proprio “assalto alla diligenza”, quando, in sede di conversione del decreto legge, deputati e senatori infilano nel testo disposizioni che nulla hanno a che fare con lo spirito del provvedimento originario. Sarebbe questo il modo più facile per obbligare anche i magistrati che applicano quelle poche tutele rimaste ai figli (vittime delle più pesanti estraniazioni genitoriali) ad allinearsi. Al di là delle buone intenzioni (di cui diffidiamo) non siamo in possesso di bei ricordi sul funzionamento dei tribunali “speciali”. Maurizio Costanzo se ne occupò con grande slancio per un certo periodo (fino al 2007), poi la sua voce lucidamente critica sparì per sempre da tutti i palinsesti. Le traiettorie del capitalismo, con lo strapotere delle multinazionali e dei più grandi banchieri, che annichiliscono gli Stati, sono lontanissime dai percorsi di qualunque democrazia. Ogni organismo solidale deve essere rimosso, l’istituto familiare deve essere atomizzato, tutto deve essere aleatorio, non può essere garantita alcuna sicurezza di occupazione stabile ed adeguatamente remunerata, l’istituto del reddito di cittadinanza (erogato per legge a chi è redditualmente quasi alla fame) deve  essere “rivisto”, la popolazione deve vivere in austerity continua, non ci debbono essere certezze giuridiche, ogni azione che incide sul tessuto sociale deve creare monadi predisposte all’iperconsumo, ogni specificità culturale va cancellata, ogni bene (materiale o immateriale) ed ogni azione devono poter generare denaro, la discriminazione delle vittime maschili deve assurgere a prassi istituzionale, la politica deve essere asservita agli ordini della lobby LGBT (impegnata h24 a persuaderci che sesso, identità e orientamento sono cose discordanti tra di loro),  la politica deve inchinarsi al believe woman, o al believe trans. La storia delle vaccinazioni rese surrettiziamente obbligatorie e quella del green pass (ultimo scampolo di un’artificiosa e penosa dialettica istituzionale) ci aiutano a non scordare lo stato in cui versa la nostra decantata democrazia. Chi dice di rappresentare gli interessi popolari sa bene che in democrazia si dovrebbe rispondere del proprio operato al Popolo e non al padrone che ti tiene sul libro paga, che può mollarti in qualunque momento, quando lo ritiene opportuno e nel suo esclusivo interesse. Il giorno in cui diventi fastidioso o disfunzionale finisci sotto processo o seppellito da qualche scandalo. Se si accettano determinati compromessi, magari perché hanno scoperto che tuo padre ha costruito abusivamente un paio di pollai, bisogna conformarsi ed obbedire fino a quando lo vuole chi ti tiene al guinzaglio. Ricordando le diverse caratteristiche di ogni uomo, parafrasiamo un personaggio creato da Leonardo Sciascia (il mafioso Mariano): “Io ho una certa pratica del mondo e quella che diciamo l’umanità, ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini, i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi, che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà, che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre. Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo”.

Il nostro pensiero vola alle enormi responsabilità che gravano sul partito trasformista per antonomasia, quello sotto le cui ali sono cresciuti schiere di magistrati addestrati ad agire su comando. Ce ne sono di quelli con pedigree di tutto rispetto. Poi riandiamo con la mente ad uno stimato presidente di corte d’appello, ora in pensione. Recriminiamo il suo spessore umano, la sua integrità e la sua preparazione. Fine giurista si faceva apprezzare per la sua capacità di ascolto. Possedeva l’umiltà di cambiare opinione quando le argomentazioni del suo interlocutore lo convincevano più delle proprie. Quando si trovava di fronte ad un provvedimento scaturito da pregiudizi ideologici lo correggeva o lo ribaltava completamente. Uomini di un tempo lontano. Tornando all’attualità, mettiamo di seguito la richiesta di sospensiva, depositata in corte d’appello contestualmente al reclamo presentato contro il decreto del giudice tutelare riguardante la sorella del reclamante:

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                                CORTE D’APPELLO DI XXXX

       SEZIONE DELLA PERSONA E DELLA FAMIGLIA                                                     

 ISTANZA DI SOSPENSIONE DI ESECUTORIETA’ DEL PROVVEDIMENTO

Il Dr. xxxx nello studio dell’Avv. Xxxx che lo rapp.ta e difende in virtù di delega allegata al presente Pec: xxxx

                                                        CHIEDE

La sospensione della esecutorietà del provvedimento reclamato del 11/8/2021 dal Giudice Tutelare del Tribunale di xxxx ed emesso nella procedura n. RGN xxxx/2020, di cui il ricorrente ha preso visione l’3/9/2021 perché ritiene che l’immediata esecuzione del provvedimento possa causare al reclamante un pregiudizio irreparabile per i motivi che seguono:

Il reclamante ha ragione di temere che venga portata a compimento in maniera irreversibile l’opera di spoliazione già cominciata dal 2019 con l’alienazione di vari ricordi e di oggetti preziosi di famiglia.

Dopo l’ingresso di estranei in casa della sig.ra xxxx nessuno ed ancor meno il Giudice Tutelare adito con ricorso a richiesta della Procura delle Repubblica di xxxx , ha potuto evitare la vendita di oro e gioielli, in parte documentata con alcune ricevute di vendita a terzi di oggetti preziosi.

Il reclamante teme che l’estromissione del fratello dal contesto familiare sia un passaggio propedeutico per allontanare la sig.ra xxxx, (insieme all’anziana madre novantaduenne e già beneficiaria di amministrazione di sostegno), dal proprio appartamento e collocarla in una RSA. L’impegno profuso dal reclamante nel corso degli ultimi 15 anni, anche a costo di significative limitazioni delle proprie libertà personali, è stato finalizzato proprio ad evitare alla sorella di finire in una struttura psichiatrica, in cui avrebbe certamente peggiorato le sue condizioni fisiche e psicologiche.

Ulteriore dubbio è costituito dal fatto che l’amministratore nominato dal Giudice Tutelare, potrebbe in qualche modo compromettere le precarie e fragili condizioni mentali della sorella, evento che il dott. xxxx ha sempre cercato di evitare. 

Si confida pertanto nell’accoglimento della presente istanza.

13 settembre 2021

AVV. XXXX

17/9/2021 Antonio Bertinelli

Pubblicato da antoniobertinelli

Melius cavere quam pavere

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