Una volta la critica, anche da parte di chi la subiva, veniva ritenuta uno stimolo a migliorarsi. Oggi la critica, di quei pochi che ancora osano esercitarla, è ritenuta velleità politica, azione ostile, attacco personale, lesa maestà, offesa all’una o all’altra categoria. Quando un medico viene disapprovato perchè “somaro” non può pretendere che l’ordine dei medici si eriga a sua difesa. Quando un avvocato viene biasimato perché ha ingannato il suo patrocinato non si può nascondere dietro gli ordini forensi. Quando un magistrato viene criticato per le sue sentenze orientate ideologicamente e/o “amicalmente” non può invocare il CSM per l’apertura di una pratica a sua tutela e raccontare che il rimprovero è un “attacco” alla Magistratura. Oltre a quella in malafede che affolla le Istituzioni, gira troppa gente con la coda di paglia e questo non incoraggia a sperare nel domani di un’Italia migliore di quanto lo sia attualmente. Forse è l’intera architettura occidentale che, dopo aver permesso l’estrema monetizzazione di qualunque cosa (affetti e legami di sangue compresi) sta facendo del suo meglio per ridurre la qualità della vita dei cittadini a miseri livelli, soventemente spacciando le innovazioni come meraviglie del “progresso”. In Canada il programma di suicidio assistito (Maid) ha eliminato oltre diecimila persone in tre anni. Tutti soggetti vulnerabili ai quali lo Stato aveva proposto il suicidio perché era meno costoso delle cure di assistenza da affrontare. Secondo un sondaggio del National Research Council, quasi un terzo dei Canadesi pensa che le persone dovrebbero avere accesso all’eutanasia pure per motivi riguardanti l’indigenza e la mancanza di un tetto. Nel nostro Paese, per quanto accentuatamente “americanizzati”, non siamo ancora giunti a quel livello di acritico condizionamento culturale ma, ciò nonostante, almeno per adesso, dobbiamo vedercela con la piaga dell’istituto giuridico dell’amministrazione di sostegno. Con la malfamata legge n. 6/2004, strumentalmente decodificata, la persona “tutelata” dalla magistratura perde tutta la sua capacità giuridica, perde immediatamente la disponibilità del suo patrimonio, scompare come soggetto “integro”, dunque non può più far valere la sua volontà e soddisfare le sue aspirazioni. Dopo l’investitura dell’A.d.S. terzo i tentativi messi in atto dai familiari per contrastare legalmente tale nomina, al fine di salvaguardare davvero gli interessi del loro caro “beneficiato” dal giudice tutelare, finiscono quasi sempre per sbattere contro un muro d’infamità. La CEDU ha riconosciuto e condannato certe procedure delittuose, ma l’Italia, in tema di AdS, inspiegabilmente, non invoca l’abusato refrain “Ce lo chiede l’Europa” per conformarsi al diritto internazionale e ai patti sottoscritti come dovrebbe, anzi marcia al contrario. Certi personaggi sono un pericolo anche per quegli scampoli di democrazia rimasti in godimento degli Italiani e andrebbero fermati.
Non vogliamo abusare della pazienza del lettore e passiamo alla nostra consueta narrazione con un aggiornamento. Dopo aver ricevuto la notifica relativa alle nuove accuse il nostro amico ha deciso di replicare. Sa bene che il sistema mette a disposizione dei suoi più “coriacei oppositori”, quasi sempre sepolti sotto una raffica di azioni penali ad hoc, ben poche e poco affilate armi da difesa. Il presunto reo (non privo tuttavia di altri piani) ha depositato una memoria estremamente dettagliata in 35 pagine e documentata con 30 scansioni di molteplici documenti. Abbiamo scelto otto pagine delle trentacinque (quelle che ci sono sembrate più rappresentative del consuetudinario sistema riguardante gli A.d.S. esogeni) e le abbiamo riportate di seguito. Abbiamo l’impressione che una considerevole parte delle toghe non abbia più a cuore la massima credibilità di cui necessita la categoria in quanto potere della Repubblica italiana. I giudici tutelari (non di rado) secretano i fascicoli. In tal modo favoriscono le calunnie, le diffamazioni ed il malaffare ad opera degli amministratori di sostegno extrafamiliari. Questi incaricati (una specie di ufficiali giudiziari) sono di solito condiscendenti e molto tolleranti nei confronti delle diffuse carenze degli enti pubblici. Anche per tale motivo non si trova mai qualcuno che eccepisca sul macroscopico conflitto d’interesse: chi infanga le reputazioni altrui per mestiere, più infanga e meglio si garantisce una rendita parassitaria a spese dell’amministrato e/o dei suoi familiari (questi ultimi frequentemente “ammorbiditi” con minacce, ricatti, esposti ai servizi sociali e denunce alle procure della Repubblica).








14/10/2023 Antonio Bertinelli